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Policy Paper della Coalizione Italiana Contro la Povertà in Preparazione del Vertice G8 2007
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Policy Paper della Coalizione Italiana Contro la Povertà in Preparazione del Vertice G8 2007
Policy Paper della Coalizione Italiana Contro la Povertà in Preparazione del Vertice G8 2007
Heiligendamm 6-8 giugno 2007
Organizzazioni che aderiscono alla Coalizione Italiana contro la povertà:
Acli, Action Aid International, Agesci. Aifo, Amici dei popoli, Amref, Arci Oblò Torre del Greco, Associazione Ong Italiane, Associazione Ricerca e Cooprazione, Campagna “No excuse 2015”, CBM Italia, CCS, Centri per la pace Cesena e Forlì, Cestas, Cesvi, CGIL, Cilap Eapn Italia, CINI, Cipsi, CISL, Cisv, Cittadinanza Attiva, Civitas,CNCA, CND, Coopi, Coordinamento Nazionale Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani, CTM Altromercato, DPI-Italia, F.I.S.H, FEDERHAND ONLUS, Fivol, Fondazione Banca Etica, Fondazione Colombia te quiere ver, Forum del Terzo Settore, ICS, Intervita Onlus, Ipsia, Istituo Oikos Onlus, Istituto di Cooperazione Internazionale Progetto Sud, La Gabbianella, Legambiente, LVIA – Focsiv, Mani Tese, Masci, Medici con l’Africa Cuamm, Mlal, Movimondo, OIRD-CICS, PeaceWaves Onlus, Retedonnesenzadominio, Sdebitarsi, Segreteria Provinciale del Sindacato FILCA-CISL di Bergamo, Social Watch Italia, Tavola della Pace, Tavola della Riconciliazione e Pace di Benevento, Telefono Azzurro, Terre des Hommes Italia, Transnational Organisationfor Development, Employment, Social and Youth (T.O.D.E.S.Y.), Ucodep, UIL, Unicef Italia, Unimondo, Vides Internazionale, Vis, Volontari nel mondo- Focsiv, WWF
L’incontro dei Governi dei Paesi G8 che si terrà a Heiligendamm dal 6 all’8 Giugno 2007 è un appuntamento determinante per affrontare i temi dello sviluppo e della sostenibilità ambientale, definendo strategie comuni adeguate a garantire lo sradicamento della povertà e evitare i cambiamenti climatici.
L’Italia svolge un ruolo di primo piano nell’Unione Europea, nella comunità internazionale dei Paesi donatori e come membro del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, oltre che all’interno del ristretto Gruppo degli otto Paesi più ricchi. La Coalizione Italiana contro la Povertà auspica che a partire dall’incontro del G8 in Germania l’Italia giochi fino in fondo il proprio ruolo, facendosi portatrice delle istanze di giustizia e di sostenibilità che provengono dai propri cittadini, promuovendo le proposte a livello internazionale e attuando scelte coerenti in ambito nazionale.
L’agenda del G8 tedesco segna il rilancio del tema della crescita economica globale, dello sviluppo dell’Africa prevalentemente inteso in termini economici, e dei cambiamenti climatici. La Coalizione italiana contro la povertà segnala con questo documento alcuni temi che ritiene di grande importanza sebbene non siano valorizzati nell’agenda G8, in particolare gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDGs), il rilancio del multilateralismo e la pace.
La società civile italiana esprime preoccupazione per la debole attenzione attribuita alla lotta alla povertà, al raggiungimento degli obiettivi del millennio, e per il focus sulla crescita economica, che non tiene conto della complessità regionale degli impatti sociali e ambientali.
Crediamo che sia opportuno riconoscere la specificità del contesto economico di ciascun Paese e sia necessario seguire dei principi guida che colleghino la crescita economica al benessere collettivo e alla sostenibilità ambientale, attraverso la promozione dei diritti sociali e ambientali come definiti dalle convenzioni internazionali.
In questo senso la Coalizione Italiana Contro la Povertà invita il Governo italiano e i Paesi del G8 a:
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promuovere economie che siano rispettose dei diritti umani, incorporando il rispetto dei diritti ambientali e sociali nelle regole del gioco del commercio e dell’economia internazionale;
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ricercare soluzioni su base regionale promuovendo approcci diversificati allo sviluppo e pertanto senza imporre condizionalità economiche attraverso le istituzioni finanziarie internazionali;
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garantire la scelta autonoma delle politiche di sviluppo di ciascun Governo democratico e di ciascuna regione rendendo effettivo il controllo democratico da parte dei cittadini;
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rendere effettiva la sovranità delle istituzioni nazionali e regionali conferendo il diritto a ciascun Paese di intervenire sulle dinamiche economiche e di mercato attraverso (i) il principio di precauzione sociale da applicare quando c’è il rischio di gravi conseguenze per la popolazione o quando le condizioni del mercato danno vita a gravi situazioni di incertezza e di volatilità e (ii) il principio di eguaglianza delle regole economiche sociali e ambientali da applicare quando altri Stati le infrangono (attraverso i sussidi ad esempio) o quando il mercato è distorto da condizioni ambientali e sociali di produzione molto differenti (dumping ambientale e sociale).
In particolare, sui temi in agenda al prossimo G8 la Coalizione Italiana contro la Povertà, in rappresentanza della società civile italiana, invita a prendere impegni concreti con un’attenzione e una sensibilità particolari per l’Africa.
L’Africa è la regione dove il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo del millennio risulta decisamente più lontano, ed è la regione più fragile destinata a soffrire maggiormente a causa della mancanza di una iniziativa adeguata da parte del G8. La Coalizione Italiana contro la Povertà afferma pertanto che lo Sviluppo dell’Africa costituisce una priorità non più eludibile dall’azione dei Governi G8 e le proposte qui riportate costituiscono un passo decisivo per la fattiva costruzione del Partenariato Globale per lo Sviluppo evocato nella Dichiarazione del Millennio.
Per una nuova finanza per lo sviluppo
In occasione del prossimo vertice G8 sarà importante verificare gli impegni per la riduzione della povertà assunti dagli otto Paesi più ricchi negli scorsi appuntamenti e rilanciare gli sforzi per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo del millennio attraverso l’aumento della qualità e della quantità degli aiuti e la riduzione del debito. L’Italia svolge un ruolo di primo piano nella comunità internazionale dei donatori e le sue scelte possono avere un peso rilevante sulle politiche globali per la lotta alla povertà. Il Development Assistance Committee dell’OECD (DAC), nel valutare gli impegni che i Paesi dell’Unione Europea avrebbero dovuto onorare per raggiungere gli obiettivi fissati nel 2005 (lo 0,51% del PIL entro il 2010), ricorda che l’Italia avrebbe dovuto incrementare le risorse per la lotta alla povertà del 276% rispetto ai livelli del 2004. Ancora più significativamente, il DAC ricorda che il contributo italiano corrisponde a circa il 16% dell’incremento complessivo atteso dai Paesi dell’Unione Europea. L’Italia ha quindi grandi responsabilità: se il nostro Paese non centra l’obiettivo, anche lo sforzo dell’Unione Europea è in pericolo. L’impegno globale contro la lotta alla povertà è a rischio.
Dopo anni di lontananza del mondo della politica dal tema degli aiuti internazionali, la coalizione dell’Unione prima e successivamente il Governo Prodi si sono impegnati a dare nuovo slancio alla politica di cooperazione allo sviluppo, sia da un punto di vista strutturale e di funzionamento sia da quello più generale di allineamento all’Europa e al perseguimento degli Obiettivi del Millennio. Questo si traduce nell’impegno a delineare un nuovo sistema della cooperazione e ad armonizzare e incrementare le risorse destinate agli aiuti, oltre che a sostenere processi equi e trasparenti per la riduzione e cancellazione del debito estero dei Paesi in via di sviluppo.
Un impegno coerente per battere la povertà!
Il Governo Italiano non ha raggiunto l’obiettivo dello 0,33% del rapporto APS/PIL entro il 2006 stabilito in occasione del Consiglio Europeo di Barcellona del 2002, in preparazione della conferenza per la finanza dello sviluppo di Monterrey. Secondo i dati recentemente messi a disposizione dal DAC l’APS italiano può essere stimato intorno allo 0,11% del PIL, per arrivare allo 0,20% includendo le operazioni di cancellazione del debito.
Per il 2005, l’Italia ha fatto registrare un sorprendente 0,29% del rapporto APS/PIL; un livello raggiunto grazie alla cancellazione del debito, che conta per il 33% del totale (la parte principale è assicurata dalle operazioni per IRAQ, 870 milioni di dollari, e Nigeria, 520 milioni). Nel 2006 le cancellazioni costituiscono il 44% dell’APS. Ricordiamo che in linea con gli impegni di Monterrey, la cancellazione del debito dovrebbe essere complementare e l’aumento dell’APS dovrebbe essere garantito con risorse fresche.
La legge finanziaria approvata nel dicembre 2006 dispone un aumento delle risorse a dono per il MAE, stanziando circa 600 milioni di euro per il 2007 (+57%), ma non prevede un incrementosostanziale per il triennio 2007-09 né una programmazione pluriennale precisa per i livelli di APS. Alla luce di una ricognizione dei Bilancio dello Stato si può segnalare che le risorse fresche destinate alla cooperazione sono stimabili in poco più dello 0,10% del PIL.
Deve essere ricordato che il MAE - Direzione Generale Coordinamento dell’Unione Europea nelle “Risposte italiane al questionario di Monterrey” ha segnalato recentemente che per il 2008 potrà essere raggiunto l’obiettivo dello 0,33%1.
Il Governo italiano deve assicurare le risorse adeguate per incrementare l’aiuto pubblico allo sviluppo (APS) in linea gli impegni assunti dalla comunità internazionale, definendo una programmazione certa di carattere pluriennale. In particolare:
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il Governo italiano deve disporre nella prossima sessione di bilancio – dalla presentazione del DPEF alla predisposizione della legge finanziaria - un aumento delle risorse per la cooperazione allo sviluppo, definendo un calendario di impegni per raggiungere l’obiettivo dello 0,51 APS/PIL entro il 2010, e lo 0,7% entro il 2015; il Governo si deve impegnare a contabilizzare le operazioni di cancellazione e riduzione del debito in maniera distinta e separata rispetto alle risorse fresche per l’APS;
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l’Italia si deve impegnare a rispettare insieme agli altri Paesi Membri del G8 gli impegni assunti per un incremento degli aiuti pari a 50 miliardi di dollari entro il 20102.
Maggiore efficacia per gli aiuti!
Nel 2006 L’Unione Europea ha ribadito il suo impegno a destinare più aiuti allo sviluppo per l’Africa, e l’Italia ha sottoscritto in questo ambito “The European Consensus on Development”; anche in occasione del Vertice G8 di Gleaneagles sono state previste risorse addizionali per l’Africa, 25 miliardi di dollari entro il 20104. Ma la percentuale di aiuti italiani destinati al continente è in diminuzione: i dati DAC indicano che nel biennio 1999-2000 la percentuale è stata del 47,8%; nel periodo 2004-2005 si è passati al 38,9%. L’Africa Sub-sahariana ha perso progressivamente importanza nelle scelte bilaterali dell’Italia.
Gli impegni per un maggiore e migliore aiuto allo sviluppo per il continente africano sono stati rinnovati e faranno parte delle priorità del G8 del giugno 2007, come preannunciato dalla Presidenza tedesca. Nell’agenda questo tema rientra nella più generale priorità della “Crescita e Responsabilità in Africa”. Il Governo tedesco richiama tra le priorità l’impegno “a un aumento ed a una migliore qualità degli aiuti per lo sviluppo”, completato da un framework che ponga le basi per lo sviluppo sostenibile in Africa.
L’Italia deve garantire una percentuale maggiore del proprio APS a favore all’Africa Sub-sahariana, impegnandosi a finanziare il continente attraverso programmi a dono. In particolare:
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nel prossimo documento di programmazione economica-finanziaria (DPEF) il Governo italiano deve prevedere un aumento delle risorse che tenga conto di una maggiore allocazione a favore dell’Africa a cui l’Italia si è impegnata in quanto membro dell’UE. Il Governo italiano deve prevedere un aumento delle risorse per adempiere agli impegni assunti nel Summit G8 del 2005 a Gleaneagles, che stabiliscono un incremento di 25 miliardi di dollari in aiuti per il continente africano.
La Dichiarazione di Parigi del marzo 2005 sull’efficacia degli aiuti è sostenuta da 100 Paesi, tra i quali i membri dell’Unione Europea e l’Italia. Tra i cinque impegni assunti con la Dichiarazione, di particolare rilievo sono l’armonizzazione delle iniziative dei donatori e l’allineamento delle iniziative al quadro di sviluppo dei singoli Paesi beneficiari. I donatori, per armonizzare i propri interventi, si sono impegnati a semplificare le procedure, ad adottare metodi che consentano una maggiore collaborazione, a devolvere in modo più efficace aiuti ai Paesi più “fragili”; questo obbliga i singoli Paesi donatori a una più puntuale rapportistica sulle proprie attività. L’allineamento, invece, ha il fine di far convergere le strategie dei donatori con quelle nazionali dei beneficiari. I donors devono far coincidere le loro iniziative con gli obiettivi di sviluppo e con le relative capacità dei partners.
Slegare l’aiuto pubblico allo sviluppo accresce l’efficacia poiché riduce i costi di transizione che gravano sui Paesi partners, che sono liberi di acquistare beni al miglior prezzo di mercato; senza contare gli effetti positivi per la crescita dell’ownership dei Paesi beneficiari e per l’allineamento degli interventi. I leaders del G8 si erano già impegnati sia nel 2000 al vertice di Okinawa sia a quello di Kananaskis nel 2002 a “slegare” il loro APS nei confronti dei Paesi beneficiari.
Lo slegamento dell’aiuto è stato raccomandato anche dal DAC7 ai Paesi donatori nel 2001. L’Italia si è impegnata allo slegamento totale dell’APS a partire dall’anno successivo: nel 2002 l’aiuto bilaterale legato era pari al 92%; nel 2005 è stato del 7,9%, ma al netto della cancellazione del debito sale al 38% e questo dato posiziona l’Italia tra gli ultimi Paesi in sede DAC. In merito a questo argomento, la Viceministra Sentinelli afferma in occasione dell’audizione dell’ottobre 2006: “L’Italia è uno dei Paesi che più utilizza questo strumento. La percentuale di aiuto legato sul totale dei nostri interventi, nel 2001, era pari al 62 per cento e sembra – l’ultimo Governo italiano non ha fornito all'OCSE i dati relativi – che oggi questa percentuale sia salita al 90 per cento8”.
Constatiamo che il disegno di legge delega di riforma della cooperazione italiana compie un passo importante verso il completo slegamento. Se la previsione normativa contenuta sarà mantenuta, ed eventualmente rafforzata nelle sue modalità di implementazione, l’Italia potrà perseguire l’obiettivo dello slegamento totale del proprio APS.
L’Italia deve garantire una migliore qualità degli aiuti, eliminando gli aiuti legati e quindi ponendo fine alla pratica di concedere aiuti a condizione che beni e servizi siano forniti da imprese del nostro Paese. Il Governo italiano deve proseguire nella riforma del sistema di cooperazione allo sviluppo, adottando il principio di slegamento degli aiuti, così come indicato dal disegno di legge delega.
Cancellare il debito!
L’Italia grazie alla legge 209 - considerata uno degli strumenti legislativi nazionali più innovativi in materia - ha cancellato fino al giugno 2006 5,9 miliardi di euro di crediti bilaterali, nonostante lo spirito della legge sia stato disatteso da un regolamento attuativo penalizzante.
Inoltre, a Gleanegles i Paesi G8 hanno proposto a tre Istituzioni Finanziarie Multilaterali (Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale e Banca Africana di Sviluppo) la cancellazione del debito del 100% nei confronti dei Paesi che hanno realizzato le condizioni previste dalla iniziativa Heavily Indebted Poor Country 9(HIPC).
L’iniziativa multilaterale sul debito (MDRI) è condizionata alla disponibilità di risorse aggiuntive, e i Governi dei Paesi G8 si sono impegnati a versare contributi finanziari alle istituzioni coinvolte. L’Italia si è impegnata sino al 2008, garantendo però risorse inadeguate che non coincidono con il contributo complessivo stimato in 1,4 miliardi di dollari, corrispondente alla percentuale del contributo italiano alle istituzioni finanziarie. La finanziaria del 2005 aveva stabilito per il 2006 un contributo di 30 milioni di euro; questo si è ridotto ulteriormente e toccherà i 4 milioni di euro per il 2008.
Nel settembre 2006 al G7 Finanziario di Singapore, il ministro dell’economia Padoa Schioppa aveva confermato l’impegno dell’Italia all’iniziativa multilaterale, ma è in dubbio come l’Italia possa adempiere agli impegni verso il MDRI senza strumenti legislativi adeguati e senza una programmazione di lungo periodo.
Il Governo italiano:
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deve garantire maggiori finanziamenti per l’MDRI con una programmazione di lungo periodo, prevedendo risorse finanziarie per 1,4 miliardi di dollari.
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deve completare la cancellazione dei crediti bilaterali, applicando a pieno la legge nazionale 209 del 2000. Il Governo deve in occasione del prossimo Vertice G8 sostenere la piena cancellazione dei crediti verso i Paesi “IDA only” e la creazione di un sistema trasparente di negoziazione delle crisi debitorie.
Inoltre è necessario che i Paesi del G8 si responsabilizzino sugli effetti delle loro politiche creditizie sulle economie dei Paesi donatori. Sull’esempio della Norvegia, che nel novembre 2006 ha acconsentito a cancellare il debito contratto dall’Ecuador nei suoi confronti riconoscendo di aver concesso un prestito in maniera “non responsabile”, i Governi del G8 dovrebbero:
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esaminare la loro parte di responsabilità nell’emissione dei finanziamenti passati e presenti ai Paesi in via di sviluppo, cancellando quelli “non responsabili”;
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stimolare i nuovi Paesi donatori, come la Repubblica Popolare Cinese, ad attenersi ai principi di sostenibilità sociale ed ambientale nella valutazione della concessione di un prestito;
adottare – così come auspicato nella dichiarazione dei ministri delle Finanze del G7 di febbraio 200711– una Carta del Prestito Responsabile (Responsible Lending) che orienti la concessione di nuovi prestiti per lo sviluppo in base ai principi di trasparenza, equità e sostenibilità.
Per una lotta all’HIV/AIDS efficace
In occasione del vertice G8 nel 2005 e delle conferenze delle Nazioni Unite nel 2005 e 2006, i leader mondiali hanno sottoscritto e confermato l’impegno ad avvicinarsi quanto più possibile all’Accesso Universale alle Cure entro il 2010. La lotta all’HIV e AIDS in Africa figura tra le priorità del prossimo G8 tedesco: nei documenti preparatori si evidenzia infatti che, per combattere la diffusione della pandemia, è necessaria un’azione decisa volta a garantire, entro il 2010, l’Accesso Universale alle Cure per tutte le persone sieropositive.
Il rispetto di tale impegno è al centro delle richieste della società civile globale impegnata nella lotta alla pandemia, che sollecita l’urgente definizione da parte dei Governi dei Paesi più industrializzati, di un piano d’azione e di investimenti finanziari coordinato a livello internazionale. Tale piano deve assicurare il pieno finanziamento dei programmi integrati di lotta alla pandemia, elaborati a livello nazionale nei Paesi in via di sviluppo, la cui realizzazione dipende quasi totalmente dalla disponibilità delle risorse dei Paesi donatori (il Mozambico ad esempio dipende per il 60%): UNAIDS stima che nel 2010 i bisogni finanziari per una adeguata risposta alla pandemia ammonteranno a 23,2 miliardi di dollari, e già per il 2007 la stima evidenzia un deficit di 8,3 miliardi di dollari.
L’incremento dei fondi necessari per garantire l’Accesso Universale si inscrive nell’ambito di un generale incremento degli aiuti internazionali, che puntano a raggiungere lo 0,7% del prodotto interno lordo (PIL). Se i Paesi più ricchi destinassero all’aiuto lo 0,7% del PIL e mantenessero invariata la proporzione attuale degli investimenti destinata alla lotta all’HIV e AIDS, si renderebbero immediatamente disponibili altri 7,6 miliardi di dollari. Nel 2005, invece, i G8 hanno destinato all’aiuto solo lo 0,3% del loro PIL. La Cooperazione italiana è ancora più distante dallo 0,7%, poiché nel 2006 ha destinato all’aiuto lo 0,25-0,26% del PIL. L’Italia deve ora fare chiarezza sui modi, i tempi e le risorse con cui intende rispondere all’impegno sottoscritto nelle sedi internazionali, contribuendo a realizzare l’obiettivo dell’Accesso Universale alle Cure entro il 2010: è ormai irrimandabile la definizione di un piano d’azione italiano verso tale obiettivo. Fino ad oggi infatti, il nostro Paese non ha mai preso una posizione politica chiara a sostegno della disponibilità alle terapie salvavita a costi accessibili per le comunità del Sud del mondo; non ha finanziato il programma di prequalificazione dei farmaci dell’OMS e, in sede europea, non ha mai fatto pressione per giungere a una revisione della normativa internazionale sulla proprietà intellettuale. L’accesso alla terapia intercetta peraltro solo il 17-18 per cento dei finanziamenti italiani, a fronte delle stime di UNAIDS che indicano che tra il 2006 e il 2008 il 39% delle risorse investite in Africa sarà assorbito da interventi per espandere l’accesso alla terapia.
L’impegno dell’Italia per l’accesso alle cure si inserisce nel quadro dell’impegno più ampio nella lotta alla pandemia di HIV e AIDS, che ha fatto dal 2001 ad oggi del Fondo Globale per la Lotta all’AIDS, Tubercolosi e Malaria il meccanismo privilegiato di canalizzazione delle risorse: quasi l’80% delle risorse italiane passa attraverso il Fondo, con una programmabilità limitata dovuta all’imprevedibilità dei tempi per il versamento dei contributi, che ha reso oggi l’Italia il maggior paese debitore nei confronti del Fondo.
Il Fondo Globale rappresenta una risposta straordinaria a un’emergenza straordinaria che, in oltre un quarto di secolo, la comunità internazionale non è ancora riuscita ad arginare: la centralità del suo ruolo (le risorse GFATM ammontano a circa un quarto delle risorse stanziate per la risposta alla pandemia a livello globale) deve essere confermata e rafforzata dal Governo italiano nel lungo periodo.
Il Presidente Prodi ha fatto riferimento al Fondo Globale nella Comunicazione al Senato del 27 febbraio 2007, in occasione della sessione nella quale è stata riconfermata la fiducia al Governo. Nella Comunicazione si parla del versamento dei 260 milioni di euro “arretrati” per il Fondo Globale AIDS, Tubercolosi e Malaria. Si tratta di affermazioni politiche rilevanti, che rafforzano le prese di posizione pubbliche del Governo dell’inizio del 2007, ma che richiedono di essere precisate e rafforzate da azioni coerenti, poiché non risultano ancora essere state versate le risorse promesse al Fondo Globale (280 milioni di euro in totale).
E’ inoltre necessario che il nostro Paese rafforzi e promuova nel consesso G8 il ruolo di leadership che ha ricoperto nei sistemi di Governo centrali e locali del Fondo, a partire dal lancio dell’iniziativa a Genova nel 2001 e che si è indebolito negli ultimi anni a causa di versamenti “a singhiozzo”: tale volatilità, tra le altre cose, ha messo a rischio la somministrazione delle terapie salva vita ai 770mila pazienti attualmente in cura attraverso i programmi finanziati dal Fondo.
Durante la Sessione Speciale UNGASS del giugno 2006 l’Italia ha ribadito la centralità del rafforzamento dei sistemi sanitari nazionali per una efficace risposta alle pandemie. Tale risposta non può infatti prescindere dall’esistenza e l’efficienza di strutture sanitarie locali e nazionali in grado di adottare strategie sostenibili e integrate, conditio sine qua non per la corretta somministrazione delle cure. Solo tramite il rafforzamento dei sistemi sanitari è possibile realizzare lo scaling up di prevenzione, terapia, cura e supporto.
In Africa sub-sahariana, tuttavia, gli stanziamenti italiani per la lotta all’HIV e AIDS superano quelli per la sanità, rischiando di contribuire a creare sistemi di risposta alla malattia paralleli e slegati dalle strutture sanitarie nazionali.
Il rafforzamento dei sistemi sanitari nazionali non può prescindere da azioni adeguate di coordinamento ed armonizzazione di lungo periodo tra i programmi di intervento nazionali e internazionali finanziati e realizzati da Donatori e Agenzie internazionali quali OMS, Fondo Globale, Banca Mondiale, PEPFAR-Programma del Presidente US contro l’AIDS, ecc.
La moltiplicazione di iniziative e programmi bilaterali e multilaterali, spesso causa di duplicazioni e inefficienze nell’utilizzo delle risorse e di scarsa efficacia dei programmi di intervento, rappresenta tra l’altro un ostacolo rilevante alla creazione e al rafforzamento di una ownership nazionale rispetto alle strategie di lotta all’HIV. L’obbligo dei Paesi riceventi di rispettare criteri, tempistiche, costi e misure imposte dai donatori mina alla base l’efficacia dei programmi e la crescita delle capacità nazionali di far fronte alle emergenze sanitarie e alle sfide dello sviluppo.
L’Italia dovrebbe dunque incoraggiare il coordinamento in termini programmatici e operativi, affinché le risorse rese disponibili per la lotta all’AIDS siano utilizzate in modo efficace per tempi, approcci e definizione delle destinazioni, privilegiando ad esempio la somministrazione delle cure ai gruppi più vulnerabili (donne, giovani, bambini) nelle aree ad elevata prevalenza del virus e rischio di contagio.
Cancellazioni e conversioni del debito motivate dall’impatto causato dalla pandemia di HIV e AIDS possono contribuire a colmare il deficit di risorse. Nel 2004 lo Swaziland, dove le persone colpite dall’HIV e AIDS rappresentano un terzo della popolazione, ha dovuto restituire 40 milioni di dollari in servizio di debito – un importo sufficiente a garantire un anno di terapia a tutte le persone sieropositive del Paese. Nonostante la legge italiana sulla cancellazione del debito permetta anche di effettuare cancellazioni e conversioni motivate dall’impatto economico causato dall’emergenza HIV e AIDS, non è stata ancora disposta alcuna cancellazione sulla base di tale motivazione.
Per incrementare le risorse per lo sviluppo sono state promosse fonti innovative di finanziamento, a livello nazionale ed internazionale, quali l’IFFIm (International Finance Facility for Immunisation) e l’Advanced Market Commitments. Il primo strumento è stato creato con il fine di accelerare la disponibilità di risorse per programmi di immunizzazione per i bambini dei 70 Paesi più poveri del mondo. Sei Paesi europei, tra questi anche l’Italia, hanno stipulato accordi giuridicamente vincolanti nei confronti dell’IFFIm; il nostro Paese si è impegnato in occasione della legge finanziaria del 2005 per 500 milioni di euro in 20 anni (30 milioni di euro per il 2006, 29 per il 2007 e 4 l'anno 2008). Nel novembre 2006 vi è stata l’emissione delle prime obbligazioni dell’International Finance Facility for Immunisation a favore del GAVI Alliance; il Cardinal Renato Raffaele Martino ha acquistato il 7 novembre 2006, in nome del Santo Padre Benedetto XVI, la prima delle obbligazioni IFFIm.
L’Advanced Market Commitments, nata nel 2005 per volontà dell’allora Ministro dell’Economia Siniscalco e sviluppata dal suo successore Ministro Tremonti, è un meccanismo che si basa su un contratto anticipato che vincola un Governo o un’altra entità finanziaria a garantire l’acquisto - per un determinato periodo di tempo – di un vaccino sviluppato dall’industria farmaceutica, a condizione che il prezzo sia stato concordato in anticipo e che il vaccino incontri le esigenze dei Paesi in via di sviluppo. Questo meccanismo di incentivo del mercato prevedeva di sovvenzionare lo sviluppo dei vaccini per sei malattie tra cui l’AIDS, la tubercolosi e la malaria, attraverso la promessa di erogazione di circa 7 miliardi di dollari, di cui 6 da impiegare per lo sviluppo del vaccino contro l’HIV. Il 9 febbraio 2007, l’Italia ha lanciato a Roma l’iniziativa AMC, che prevede uno stanziamento complessivo per 1,5 miliardi di dollari per il vaccino contro lo pneumococco (635 milioni di dollari da parte dell’Italia in vent’anni), confermando l’esclusione dall’iniziativa – a suo tempo anticipata dalle valutazioni di fattibilità della Banca Mondiale – dello sviluppo del vaccino contro l’HIV.
La società civile italiana, pur apprezzando la leadership italiana nell’AMC, si associa alla forte preoccupazione delle persone malate di AIDS e della società civile globale: le risorse stanziate per l’AMC non devono sottrarre linfa vitale agli interventi urgenti di prevenzione e accesso alle cure che avrebbero un impatto immediato sulla vita delle persone che ne hanno bisogno. Con la cifra totale stanziata per l’AMC si potrebbero infatti somministrare farmaci salva-vita a tutte le persone sieropositive del mondo per otto anni!
La Coalizione Italiana contro la Povertà chiede al Governo italiano di assicurare impegno politico, continuità e visione strategica nella lotta all’epidemia di HIV e AIDS a livello globale. Per l’Italia e per gli altri Paesi del G8 una risposta efficace alla pandemia passa attraverso un impegno concreto di lungo periodo per realizzare gli obiettivi sottoscritti dalla comunità internazionale: gli Obiettivi del Millennio (in particolare l’Obiettivo 6), le Dichiarazioni UNGASS 2001 e 2006, l’Accesso Universale alle Cure entro il 2010.
E’ irrinunciabile che il Governo italiano, nel definire e implementare politiche pluriennali efficaci di lotta alla pandemia di HIV e AIDS, assicuri:
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l’elaborazione immediata di un piano d’azione italiano per realizzare l’Accesso Universale alle Cure entro il 2010, che preveda lo stanziamento di risorse addizionali rispetto all’APS con scadenze precise e la messa a disposizione di relazioni di attuazione periodiche;
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l’impegno politico a mettere in atto misure concrete che rimuovano le barriere commerciali e infrastrutturali che ora impediscono l’accesso alla terapia salva-vita, anche attraverso la promozione dei farmaci generici;
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un impegno immediato, strategico e di lungo periodo che, nel promuovere il carattere obbligatorio degli impegni internazionali, assicuri il finanziamento completo, continuativo e addizionale rispetto all’APS della risposta globale ai crescenti bisogni della pandemia di HIV e AIDS.
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Tale risposta in particolare dovrà prevedere:
- il versamento al Fondo Globale per la Lotta all’AIDS, TB e Malaria dei 20 milioni di Euro residui del 2005, dei 130 milioni di Euro del 2006 e dei 130 milioni di Euro del 2007 prima del Vertice G8 e in ogni caso non più tardi del 31 luglio 2007;
- il consolidamento della leadership politica italiana nei processi di Governo del Fondo Globale;
- la garanzia di una partecipazione adeguata della società civile e delle persone colpite dalla malattia nei processi di Governo e nelle azioni del Fondo Globale, a livello centrale e nei Paesi;
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l’individuazione e la realizzazione di un obiettivo quantitativo specifico per le risorse a sostegno dei sistemi sanitari nazionali nei Paesi ad elevata prevalenza di HIV, perlomeno equivalente alle risorse stanziate per la lotta all’HIV e AIDS;
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la promozione del coordinamento e dell’armonizzazione dei programmi tra Donatori e Agenzie internazionali per la lotta all’HIV e AIDS, che assicuri la massima efficacia delle risorse impiegate nei programmi di lotta alla malattia;
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la cancellazione immediata del debito dei Paesi a elevata prevalenza di HIV e AIDS, con la destinazione delle risorse liberate verso programmi efficaci di lotta alla malattia e alla povertà e la sua promozione in sede internazionale;
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l’impegno a far sì che, al di là delle risorse stanziate per la ricerca sui vaccini contro le malattie della povertà, le persone oggi infettate dal virus dell’HIV e quelle più vulnerabili al contagio possano beneficiare di adeguati programmi di prevenzione e terapia che ne assicurino la sopravvivenza.
Per affrontare i cambiamenti climatici e le crisi energetiche
Per una politica amica del clima
I Paesi sviluppati e fra questi i membri del G8, di cui l’Italia fa parte, sono storicamente i Paesi con maggiori consumi di energia ed emissioni di gas climalteranti. Negli ultimi duecento anni per produrre energia e per costruire la società moderna questi Paesi hanno bruciato ingenti quantità di combustibili fossili, come petrolio, carbone e gas naturale, causando l’aumento incontrollato dell’effetto serra e il surriscaldamento del pianeta. Con frequenza quotidiana centri di ricerca governativi e indipendenti lo affermano con chiarezza. L’ultimo e più autorevole rapporto è stato presentato nel febbraio 2007 all’interno del Quarto Rapporto di Valutazione ad opera dell’Intergovernative Panel on Climate Change (IPCC). Nella prima parte del documento si indica, infatti, che il riscaldamento del sistema clima è inequivocabile e la responsabilità è imputabile con ragionevole certezza alle attività umane.
Si dimostra, inoltre, che il modello di sviluppo su cui ci siamo orientati è insostenibile ed ha prodotto probabilmente il più grande problema su scala globale che l’umanità abbia mai affrontato.
Nel ventennale del rapporto Brundtland (1987), che definisce lo sviluppo sostenibile come lo “sviluppo che garantisce i bisogni delle generazioni attuali senza compromettere la possibilità che le generazioni future riescano a soddisfare i propri” è necessario garantire l’equità intergenerazionale invertendo la rotta attuale e impegnandoci senza più incertezze, ad adottare stili di vita meno energivori e a ricorrere a forme di energia pulita e rinnovabile.
Lo sviluppo sostenibile deve garantire anche e soprattutto l’equità intragenerazionale, equità negata dagli impatti dell’aumento della temperatura che sono già reali e colpiscono più duramente i Paesi più poveri che hanno le minori capacità di adattarsi e le minori responsabilità nel cambiamento climatico e nella sua mitigazione.
I dati scientifici oltre a dimostrarci che una modificazione del clima dovuta all’uomo è avvenuta, nella seconda parte del rapporto IPCC ci dicono che le conseguenze di questo modello di sviluppo sono e saranno sempre più disastrose. Stando alle proiezioni scientifiche, già tra venti anni gli effetti dei cambiamenti climatici saranno gravi sulla siccità in Africa epidemie come la malaria si estenderanno anche in zone non tropicali. . Nel 2050 L’Italia e l'Europa potrebbero perdere i ghiacciai e nel 2100 metà della vegetazione mondiale potrebbe essere estinta.
Il secondo capitolo del rapporto IPCC sostiene infatti che già un innalzamento della temperatura media globale di 2-2,5 gradi rispetto al presente "potrà causare un forte aumento degli impatti" con spostamenti geografici di specie, perdite totali di biodiversità, riduzione della produttività agricola e delle risorse idriche in vaste aree. Questo determinerà un maggiore rischio di estinzione per circa il 20-30% delle specie vegetali ed animali.
I Paesi del G8+5 devono assumere come imperativo morale il farsi carico della risoluzione del problema climatico e devono agire per il raggiungimento della sostenibilità ambientale entro il 2015, coerentemente con quanto stabilito dai Governi nel 7° obiettivo di sviluppo del millennio dell’ONU. Al fine di scongiurare una pericolosa alterazione del clima, l’obiettivo ultimo della Convenzione ONU sul Cambiamento Climatico (UNFCCC) alla quale tutti i Paesi del G8+5 hanno aderito, stabilisce che la temperatura media globale deve rimanere il più possibile al di sotto dei 2°C. I rappresentanti dei Governi del G8+5 dovrebbero adottare formalmente come obiettivo il limite dei 2°C. I costi della mitigazione del riscaldamento globale – vale a dire della drastica riduzione delle emissioni di gas serra – sono minori di quelli per far fronte agli impatti: questi ultimi hanno implicazioni enormi sul piano della sicurezza umana e ben più negative per la competitività di quanto non ne abbia agire subito.
L’Europa ha lanciato un piano di utilizzo delle energie rinnovabili e di riduzione delle emissioni di CO2 del 20% per il 2020. Ma alcuni Paesi, tra cui l’Italia, non hanno ancora assunto con decisione le scelte necessarie e anche gli obiettivi del protocollo di Kyoto sono distanti.
Per evitare un irreversibile cambiamento del clima, l’Italia deve fare la sua parte e, insieme agli altri Paesi del G8+5, deve elaborare una strategia di politica energetica interna ed estera che sia in linea con l’obiettivo di mantenere l’aumento medio della temperatura ben al di sotto dei 2°C.
L’IPCC ha pubblicato anche un rapporto sulle modalità e gli strumenti per affrontare il problema clima, che evidenzia ulteriormente il potenziale delle tecnologie pulite e sostenibili, in particolare nelle aree dell’efficienza energetica e delle rinnovabili. I Paesi sviluppati e quelli a rapida industrializzazione devono dimostrare di saper invertire il trend passando a consumi sostenibili, in particolare per quanto riguarda l’energia.
A tal fine, i Paesi del G8+5 e l’Italia in particolare devono impegnarsi nell’obiettivo comune di arrestare il riscaldamento del pianeta e devono promuovere le azioni necessarie a ridurre le emissioni, garantire l’approvvigionamento energetico, combattere la povertà e permettere uno sviluppo sostenibile. Specificatamente:
Cambiamento climatico:
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per fermare i cambiamenti climatici, l’aumento della temperatura media del pianeta
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deve essere quanto più possibile contenuta al di sotto del limite dei 2°C. La stabilizzazione a concentrazioni di CO2 in atmosfera superiori alle 450 parti per milione non consente di rispettare questo obiettivo;
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le emissioni globali di gas serra devono raggiungere il picco massimo entro i prossimi 10-15 anni ed essere ridotte di almeno il 50% entro il 2050;
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i Paesi industrializzati, compresi quelli del G8, devono ridurre le proprie emissioni del 30% entro il 2020;
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i Paesi in via di sviluppo, in particolare quelli a rapida industrializzazione compresi i “+5”, devono decarbonizzare ulteriormente il proprio sviluppo e la comunità internazionale deve necessariamente elaborare nuovi strumenti e spostare gli attuali quadri di investimento verso questo obiettivo;
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Policy paper GCAP - Vertice G8 2007 11/23 A cura di: Associazione ONG Italiane
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il mercato globale del carbonio deve essere ampliato e rafforzato in modo da conseguire le necessarie riduzioni di emissioni, favorire lo sviluppo sostenibile e apportare in misura equa i benefici dello sviluppo sostenibile;
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vanno attuati ed estesi i meccanismi per l’adattamento, che includano assistenza e compensazioni ai Paesi più vulnerabili finanziate dai Paesi industrializzati, per far fronte agli impatti del cambiamento climatico;
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per il raggiungimento di questi obiettivi il Summit ONU sul clima di Bali del prossimo dicembre deve lanciare ufficialmente pieni negoziati per il post 2012.
Energia:
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per complementare l’accordo ONU post 2012 c’è bisogno di una nuova cooperazione
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tecnologica, decisamente più ambiziosa e tesa ad attuare la necessaria rivoluzione negli usi energetici per ottenere risultati di efficienza e la diffusione delle rinnovabili;
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l’Italia e i Paesi del G8 devono impegnarsi a ridurre i consumi interni di energia e implementare le necessarie politiche e misure. I “+5” devono realizzare i potenziali di efficienza nei propri Paesi. L’Unione Europea ha elaborato un dettagliato piano di azione per l’efficienza energetica e al pari della Cina ha già fissato dei target di efficienza: altri Paesi devono seguire questo esempio;
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le rinnovabili potrebbero fornire fino al 35% del fabbisogno di energia del pianeta al 2030. L’Italia e i Paesi G8+5 devono impegnarsi a prendere le redini di questo processo, sostanzialmente con l’aumento della quota di rinnovabili nella produzione di energia primaria ad uso interno, e stabilire tempistica e politiche per conseguirlo;
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l’Italia deve continuare a dichiarare davanti al G8+5 e in tutte le sedi internazionali che il nucleare non è una fonte di energia sostenibile;
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l’Italia deve impegnarsi insieme ai Governi del G8 a fornire un apporto tecnico e finanziario adeguato alla realizzazione degli obiettivi di riduzioni delle emissioni;
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i Paesi del G8 devono incrementare le possibilità di accesso ai servizi energetici per i Paesi più poveri, supportandoli anche negli sforzi di adattamento ai cambiamenti climatici;
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l’Italia in particolare e i Paesi membri del G8+5 nel loro complesso devono impegnarsi a iniziare la completa eliminazione degli incentivi pubblici al petrolio, al carbone e alle operazioni relative ai combustibili fossili in genere.
Protocollo di Kyoto
Quest’anno il summit del G8+5 offre l’opportunità di tradurre in azione comune l’interesse politico cresciuto attorno al tema del cambiamento climatico. Al fine di evitare una cesura tra i periodi di applicazione del Protocollo di Kyoto e di assicurare continuità al mercato del carbonio, i negoziati formali sull’avvenire del regime climatico post 2012 devono essere lanciati a Bali a dicembre 2007. Questa negoziazione dovrà rinforzare e allargare il Protocollo e permettere ben più ambiziose riduzioni assolute dei gas ad effetto serra. Allo stesso tempo dovranno essere soddisfatte le necessità di adattamento, in particolare quelle dei Paesi più vulnerabili. Infine dovrà essere trovata una risposta alla questione delle emissioni legate al fenomeno della deforestazione. I lavori del G8+5 devono favorire questi obiettivi e fare in modo che la struttura del Kyoto Plus, dopo 2012, venga decisa entro il 2009.
Iniziative concrete e coordinate per difendere la biodiversità
La perdita di biodiversità, ovvero di piante, di animali, di risorse genetiche, in questi ultimi anni ha raggiunto livelli estremamente allarmanti e il tasso di perdita delle specie è oltre mille volte più alto di quanto lo fosse ai primordi della storia umana, minacciando anche gli habitat e gli ecosistemi su cui è basata la sopravvivenza di intere popolazioni nel mondo. La biodiversità garantisce infatti il sostentamento e l’approvvigionamento di cibo di molte popolazioni che fondano i propri sistemi culturali, sociali ed economici sull’interazione con gli habitat in cui risiedono.
Nel 2002, durante il Summit Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile di Johannesburg, gli Stati partecipanti si impegnarono ad ottenere “una significativa riduzione della perdita di biodiversità” entro il 2010. L’anno precedente, l’Unione Europea si era pronunciata per fermare il declino della biodiversità entro il 2010.
Il programma del G8 per la Conservazione delle Foreste del Brasile (PPG7) e il “Programma d’Azione Forestale” del G8 non hanno dato un contributo importante alla conservazione e all’uso sostenibile delle foreste. Ai fallimenti dell’applicazione dei programmi G8 si aggiunge la nuova minaccia derivante dall’estensione delle colture di biomasse per energia che nel Sud Est Asiatico e in Sud America si estendono.
L’Italia deve prendere atto del fallimento delle politiche internazionali relative alla conservazione della biodiversità ed appoggiare la “Potsdam Initiative – Biological Diversity 2010”. Chiediamo che il G8 di Heiligendamm riconosca l’importanza di questa tematica mettendo a punto un programma d’azione efficace sulla conservazione della biodiversità che permetta di raggiungere gli obiettivi fissati a Johannesburg.
In particolare chiediamo che:
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La conservazione delle zone forestali ancora intatte abbia alta priorità nelle politiche dell’Italia e del G8;
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L’Italia si impegni per promuovere politiche di conservazione e di tutela degli ecosistemi marini e della costa;
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I membri del G8 si impegnino a proibire il commercio basato sulla pesca illegale, non controllata e non regolata, così come il commercio di prodotti che derivano dall’abbattimento illegale degli alberi;
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l’Italia si impegni insieme agli altri Paesi del G8 per creare nuovi meccanismi finanziari per le aree protette e per ampliare gli aiuti finanziari già esistenti.
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L’Italia e i Paesi del G8 riconoscano la conservazione della biodiversità come un obiettivo importante della cooperazione allo sviluppo;
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Chiediamo che sia creato un programma speciale di monitoraggio per seguire l’implementazione del programma di azione sulla biodiversità; • Infine chiediamo che l’Italia si impegni perché il G8 di Heiligendamm promuova l’elaborazione di un nuovo programma forestale di partenariato che integri le esperienze e gli strumenti precedenti con nuovi strumenti efficaci per arrestare la deforestazione.
Perché il commercio internazionale sia favorevole ai Paesi più poveri
Il Round negoziale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) lanciato a Doha nel 2001 nel nome dello sviluppo era stato sospeso a luglio del 2006 a causa dell’impossibilità di superare le divergenze in agricoltura, dove gli USA non volevano ridurre i loro sussidi interni e l’Unione Europea non voleva tagliare ulteriormente i propri dazi. Dopo sei mesi, nel gennaio 2007 il Direttore Generale del WTO, Pascal Lamy, ha annunciato la ripresa dei negoziati del Doha Round, spiegando che la situazione risulta più propizia ad un accordo. I negoziati stanno proseguendo in via informale, ma da più parti pare ci sia la volontà di concludere l'accordo, necessariamente entro fine giugno prima della scadenza del fast track americano. Proprio nel 2005 il G8 di Gleneagles si pronunciò per una svolta politica forte volta ad assicurare ai PVS un round per lo sviluppo. In realtà ancora oggi i Paesi ricchi non hanno mostrato la volontà politica necessaria al raggiungimento di un accordo orientato a questo obiettivo e ad oggi, le proposte avanzate dai Paesi ricchi sono più orientate alla difesa di propri interessi che all'apertura verso le esigenze dello sviluppo. Il Governo italiano non accoglie le richieste di un confronto diretto con la società civile che data la ripresa del negoziato è urgente e necessario per evitare di trovarsi davanti un accordo blindato dai Grandi e chiuso alle esigenze delle popolazioni più povere.
A rendere il quadro ancora più critico è la politica dell’Unione Europea, da un lato per la strategia commerciale annunciata dalla Direzione Generale del Commercio della Commissione impostata essenzialmente sul principio della “competitività”, dall’altra l’applicazione che tale impostazione vede nel negoziato sugli Accordi di Partenariato Economico con i Paesi ACP.
I Paesi ACP hanno ripetutamente ribadito le loro preoccupazioni riguardo l’impatto che questi accordi potrebbero comportare sulle loro economie, sull’ambiente, sulle loro iniziative di integrazione regionale e sulle stesse vite delle persone. Le proposte che l’Unione Europea sta avanzando minacciano di ridurre in povertà milioni di persone, soffocano le industrie che stanno cercando di emergere, danneggiano l’ambiente, e riducono drasticamente le loro possibilità di attuare politiche commerciali e finanziate in modo autonomo.
Da parte di questi Paesi viene richiesta una posticipazione per la conclusione degli accordi e un cambiamento nelle politiche che erano state già criticate nell’ambito del negoziato dell’OMC, in particolare la liberalizzazione dell’agricoltura, dei servizi, della proprietà intellettuale che, richiesta sulla base della reciprocità, pretende dai PVS una liberalizzazione che non sono ancora in grado di governare e che finirebbe per aprire i loro mercati a prodotti e servizi dei Paesi europei e delle multinazionali.
Come Organizzazioni che lavorano sui temi dello sviluppo, siamo convinti che non si può tornare agli accordi bilaterali (come la Commissione Europea a volte sembra auspicare) e che il multilateralismo è e rimane l'unico strumento efficace per la risoluzione dei problemi globali.
Data la necessità di una volontà politica chiara e decisa perché il negoziato non solo venga concluso, ma venga concluso con un accordo equo per i Paesi più poveri che favorisca il raggiungiento degli Obiettivi di sviluppo del Millennio, chiediamo:
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che i Governi del G8 riducano a breve ed entro una data certa tutti i sussidi che hanno un effetto distorsivo sui mercai mondiali, ivi comprese certe forme di “sussidi domestici”, mantenendo l’impegno fissato per il 2013 per l’eliminazione totale dei sussidi alle esportazioni;
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il riconoscimento per i PVS di escludere dalla liberalizzazione i loro prodotti speciali, cruciali per il benessere e la sicurezza alimentare;
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il riconoscimento dei “meccanismi di salvaguardia” per i prodotti agricoli che siano fruibili per i PVS, così come le possibilità per i PVS di difendere i loro mercati dall’entrata di prodotti agricoli che beneficiano – in modo diretto o indiretto - di sovvenzioni;
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che gli interventi di “Aid for Trade”, ancora in fase di studio, prevedano un proprio finanziamento autonomo e addizionale rispetto agli aiuti pubblici allo sviluppo, per non distrarre risorse che attualmente vanno ad altri settori;
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sia invertito il trend per cui ad oggi, l’imposizione da parte dei Paesi ricchi di tariffe più alte sui prodotti semilavorati provenienti dai PVS scoraggia lo sviluppo economico dei Paesi in Via di Sviluppo forzandoli a concentrarsi sull’esportazione di materie prime a basso valore aggiunto piuttosto che sull’investimento mirato al rafforzamento
del proprio sistema industriale; -
che l’Organizzazione Mondiale del Commercio venga riformata in senso democratico al fine di garantire la tutela degli interessi dei Paesi più svantaggiati attraverso un negoziato inclusivo che consenta la piena partecipazione dei Paesi più poveri ad oggi esclusi dal processo decisionale;
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che venga promossa la rappresentanza di genere alla luce delle ultime nomine in seno agli organi dell’Organizzazione che vede le donne sottorappresentate negli alti livelli decisionali.
Chiediamo infine al Governo italiano di farsi promotore nell'ambito del G8 della ripresa del negoziato, di promuovere un confronto con la società civile sul negoziato in corso, e di fare in modo che vengano accolte le richieste dei Paesi del Sud del mondo per la conclusione dello stesso.
Per finanziare lo sviluppo locale
Nel quadro delle misure per l’Africa volte a garantire al continente uno sviluppo sostenibile sostenendo una crescita economica mirata alla riduzione della povertà, la Germania si è impegnata a dare vita ad un fondo regionale per la microfinanza in Africa. Seppur l’impegno sia posto nell’agenda come unicamente nazionale, vi sono importanti segnali che il G8 possa lanciare una iniziativa sulla microfinanza particolarmente rivolta all’Africa, che coinvolga sia i membri del G8 sia altri Paesi della comunità internazionale e promossa in partenariato con altri attori, come la Banca Mondiale. In particolare, il fondo di microcredito sarebbe rivolto agli imprenditori africani ed avrebbe l’obiettivo di promuovere l’investimento e la creazione di microimprese16. Si tratta senza dubbio di una iniziativa positiva, che riconosce il potenziale della microfinanza nel promuovere la lotta alla povertà e continua l’operato iniziato già dai membri del G8 con la Dichiarazione sulla Microfinanza adottata a Sea Island nel giugno 2004 e dal sistema delle Nazioni Unite durante il 2005, Anno Internazionale del Microcredito.
Per costruire un sistema finanziario inclusivo c’è ancora una lunga strada da percorrere: solo una parte degli oltre 500 milioni di microimprenditori del mondo hanno accesso ai servizi finanziari. Oggi le 10,000 istituzioni di microfinanza (IMF) che erogano in media meno 300 dollari a 40 milioni di persone nel mondo non riescono, nella maggior parte dei casi, a raggiungere i “poverissimi”, che sono l’1,9% del totale dei clienti raggiunti17, e questo indubbiamente non facilita il raggiungimento dell’obiettivo di un accesso universale ai servizi finanziari. C’è un indubbio bisogno di investire risorse quindi, non tanto per creare nuovi strumenti e/o fondi volti alla erogazione diretta di servizi, ma piuttosto per:
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facilitare il lavoro dei differenti attori del settore microfinanziario (istituzioni di microfinanza, fondi di investimento in microfinanza, fornitori di servizi accessori);
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sostenere lo sviluppo di adeguati servizi e infrastrutture necessarie per le loro attività;
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supportare i Governi dei Paesi in via di sviluppo che vogliono stabilire meccanismi di regolamentazione e supervisione del settore della microfinanza.
Rispetto al supporto diretto alle Istituzioni di microfinanza, lungi dal “competere per offrire il sostegno allo stesso piccolo gruppo di istituzioni ormai “bancabili”18 e che già beneficiano di crediti dal settore commerciale, una iniziativa dei Paesi del G8 a sostegno della microfinanza dovrebbe avere dunque l’obiettivo di:
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sostenere la crescita di nuove Istituzioni di microfinanza che attualmente sono fuori dal sistema commerciale, perché in fase di start up o che, lavorando con i gruppi più marginali, non sono riuscite ancora a raggiungere la piena sostenibilità economica;
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stanziare risorse a garanzia di prestiti concessi alle Istituzioni di microfinanza in fase di start up dai fondi di investimento socialmente responsabili.
In questo modo le risorse stanziate potranno veramente raggiungere l’obiettivo di migliorare il settore, arrivando a “quadrare il cerchio” tra sostenibilità economica e approccio orientato alla povertà e permettendo alle istituzioni non ancora sostenibili di raggiungere una piena efficienza economica ed a coloro che sono già sulla via della sostenibilità economica di espandere le loro attività, raggiungendo un numero maggiore di clienti anche tra i poverissimi.
Rimesse degli Immigrati
Facilitare il trasferimento delle rimesse degli immigrati africani nei loro Paesi di origine è un altro importante obiettivo che la Germania ha inserito nell’agenda del G8 e su cui, si suppone, cercherà di creare consenso in modo da arrivare ad un impegno di tutti i Paesi del G8. Ricordiamo qui che le rimesse trasferite dagli immigrati nei Paesi di provenienza rappresentano un notevole e importante flusso finanziario, in costante aumento, sicuro e stabile nel tempo che in molti casi può arrivare ad essere, nel prodotto interno lordo del paese ricevente, superiore all’aiuto pubblico allo sviluppo e agli investimenti esteri.
Anche se con modalità differenziate, rimesse individuali, rimesse collettive e rimesse imprenditoriali sono diventate terreni di intervento interessanti e promettenti per le agenzie di sviluppo pubbliche, per gli organismi finanziari e per le istituzioni internazionali impegnate in attività di cooperazione.
In questa ottica, anche il Governo italiano sta lavorando sul tema: la Presidenza del Consiglio, di concerto con il Ministero dell’Economia e la Banca d’Italia, sta ideando uno strumento che permetta di ridurre e rendere più trasparenti i costi di transazione che ad oggi i migranti sostengono – in particolare presso i money transfer – per canalizzare i propri risparmi e al contempo promuovere un utilizzo delle risorse finanziarie risparmiate grazie alla riduzione dei costi di transazione coerente con la promozione di processi di sviluppo locale nel paese di origine, ad esempio per il finanziamento di attività di microcredito.
Rispetto a questa ipotesi, sottolineiamo come il collegamento tra attività transnazionali dei migranti e iniziative di cooperazione e finanza locale per lo sviluppo non sia esente da rischi, problematicità e ambivalenze21. Ogni iniziativa presa su questo tema dovrà – pena la non sostenibilità dell’intervento - scaturire da un percorso che veda il reale coinvolgimento dei migranti, il pieno riconoscimento dei loro bisogni e delle loro istanze all’insegna di una negoziazione democratica e partecipata dei progetti e degli interventi.
Chiediamo quindi al Governo italiano di:
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non contabilizzare il sostegno al trasferimento delle rimesse degli immigrati come aiuto pubblico allo sviluppo
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sottoporre ad ampia consultazione – valorizzando particolarmente le competenze e i bisogni dei migranti - ogni iniziativa presa su questo tema.
Istituzioni Finanziarie Internazionali
Riforma della governance interna del sistema di Bretton Woods
Le istituzioni finanziarie internazionali stanno vivendo una profonda crisi di legittimità e sono sempre meno rappresentative delle molteplici istanze dei Governi membri, in primo luogo dei Paesi più poveri. Il Governo italiano ha un peso significativo nel Board di Banca Mondiale e Fondo monetario internazionale e dovrebbe utilizzare questa sua posizione per favorire una profonda riforma democratica delle due istituzioni. La questione della revisione della governance interna è al centro dell’agenda del Fondo Monetario Internazionale ed a breve approderà in Banca Mondiale. Ad oggi le proposte avanzate per la riforma dei basic voting rights e della formula di attribuzione delle quote andrebbero solamente a vantaggio delle economie emergenti.
Chiediamo che il Governo italiano:
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sostenga la proposta avanzata dal Governo tedesco nel 2003 e oggi rilanciata dalla società civile internazionale per l’introduzione del meccanismo della doppia maggioranza (una su base economica, una su base politica), che permetterebbe ai Paesi più poveri di avere maggiore rappresentatività e potere di voto nell’istituzione;
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sostenga che i Paesi europei – in ragione del fatto che sono sovra-rappresentati nel Board delle due istituzioni, e al fine di uscire dal pressing degli altri Paesi membri – debbano adottare la proposta di una doppia maggioranza, procedendo allo stesso tempo al consolidamento della loro rappresentanza nelle istituzioni, in prospettiva raggiungendo un seggio unico europeo.
Banca Mondiale
Nonostante il processo di revisione delle condizionalità avviato nel 2005, la Banca Mondiale continua ad imporre ai Paesi più poveri prescrizioni di politica economica quale condizione per concedere finanziamenti per lo sviluppo. Tali condizionalità lasciano i Paesi in via di sviluppo con possibilità minime di valutare in maniera autonoma le scelte politiche ed economiche più appropriate per la riduzione della povertà, spingendoli verso un peggioramento della propria situazione.
La Banca Mondiale rimane uno dei principali finanziatori pubblici di uno sviluppo basato sullo sfruttamento dei combustibili fossili. In questo modo contribuisce pesantemente al cambiamento climatico, lì dove poi l’estrazione di combustibili destinati principalmente ai mercati occidentali va a tutto vantaggio delle grandi multinazionali del petrolio. L’emergenza posta dal cambiamento climatico richiede che si intraprendano delle azioni efficaci e concrete al più presto possibile. Oggi ad essere più colpiti dai mutamenti del clima sono i più poveri del globo.
Il Governo italiano dovrebbe impegnarsi per fare si che:
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la Banca smetta immediatamente di legare i propri aiuti, prestiti per lo sviluppo e ammissione ai meccanismi per la cancellazione del debito all’applicazione di politiche economiche quali privatizzazioni, liberalizzazioni e politiche restrittive per la spesa pubblica nel settore sanitario e dell’istruzione, lasciando che i Paesi riceventi siano liberi di compiere le proprie scelte. Ovvero eliminando dalle politiche di aiuti e prestiti della Banca Mondiale condizionalità economiche negative per la lotta alla povertà;
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la Banca inizi subito a ridurre i finanziamenti e le concessioni di aiuti a operazioni di estrazione di combustibili fossili e investa ingenti risorse finanziarie nelle energie rinnovabili e nell’efficienza energetica per fermare i cambiamenti climatici; nell’ambito del consesso europeo, la partecipazione ad un aumento del proprio finanziamento per l’International Development Association – i cui finanziamenti interessano in particolare i Paesi dell’Africa sub-sahariana – sia condizionata all’impegno della Banca ad attuare le strategie sopra menzionate;
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nell’ambito del piano di azione per l’Africa del G8 la Banca si impegni a sostenere interventi nei servizi di base, in particolare nel settore dell’educazione e della salute, favorendo un approccio non legato alle user fees o a meccanismi di mercato per le fasce meno abbienti della popolazione (a differenza di quanto previsto nella strategia quadro sulla salute in discussione in queste settimane alla Banca mondiale).
Ruolo del FMI nei Paesi a basso reddito
In seguito alle autorevoli e recenti critiche mosse al nuovo ruolo del FMI di prestatore di lungo termine nei Paesi a basso reddito – Low Income Countries – da parte della Commissione di Alto Livello sulle relazioni tra Banca mondiale e FMI e dall’Ufficio di valutazione indipendente (IEO) del FMI:
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il Governo italiano si deve adoperare per promuovere una progressiva riduzione dei prestiti del Fondo verso i Paesi a basso reddito tramite il Poverty Reduction Growth facility e l’azione delle istituzione su temi specificamente di sviluppo, lasciando alla Banca mondiale e ad altri strumenti regionali, nonché a meccanismi innovativi di finanziamento, l’erogazione di prestiti per lo sviluppo di questi Paesi;
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Allo stesso tempo il FMI dovrebbe considerare la possibilità di aumentare il policy and fiscal space per questi Paesi, al fine di concedere la possibilità di considerare politiche macroeconomiche e fiscali alternative alle misure promosse dal Fondo fino ad oggi.
Promuovere una vera responsabilità sociale globale: il ruolo del G8
L’agenda del G8 di Heiligendamm si apre con il motto “Crescita e Responsabilità”. Si afferma che “la globalizzazione porterà prosperità al mondo solo a patto che regole giuste siano concordate e rispettate”, ed in questa ottica, la Presidenza Tedesca si propone di “rafforzare la dimensione sociale della globalizzazione”23, in particolare chiedendo il rispetto dell’osservanza ed il rafforzamento degli standard minimi del lavoro oltre che lo sviluppo e la diffusione della CSR.
Nell’agenda viene sottolineato come “le imprese multinazionali abbiano una grande responsabilità” in questo: principali protagoniste della attuale fase economica, ad oggi sono circa 60.000 e hanno circa 800.000 filiali in tutto il mondo, e le prime 200 posseggono un fatturato complessivo equivalente al 27,5% del Prodotto Lordo Mondiale.
Nell’attuale processo di globalizzazione solo le imprese più grandi, ramificate in più Paesi ed attive in diversi settori di attività, riescono a prevalere sul mercato globale: questa concentrazione economica enorme è ottenuta attraverso l’assorbimento di imprese più piccole ed il controllo di quote sempre maggiori di mercato e di tutte le fasi della produzione, dalla fabbricazione alla distribuzione dei prodotti. In particolare, le multinazionali più importanti del mondo adottano tutte pratiche di delocalizzazione produttiva a livello transnazionale: con una sede centrale nei Paesi industrializzati acquistano o aprono impianti e aziende nei Paesi economicamente meno avanzati e questo permette loro di minimizzare i costi di produzione grazie al basso costo della manodopera e all’arretratezza degli standard di protezione ambientale, oltre che di ricercare nuovi mercati per la produzione stessa.
Tuttavia, sottolineare il grande ruolo delle multinazionali in questo processo non deve farci dimenticare come sia sempre la politica ad avere il compito ed il potere di fissare le regole del gioco. Crediamo che vi sia l’assoluta necessità che la comunità internazionale e in particolare i Paesi del G8 e le nazioni coinvolte nel processo di “outreach” (Messico, Cina, India, Brasile, SudAfrica) adottino un processo di governance politica dei processi economici globali capace di:
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colmare il gap normativo che esiste a livello internazionale sulla regolamentazione delle pratiche di delocalizzazione produttiva;
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stabilire regole che prevedano l’obbligo per le imprese di rendere conto degli effetti non economici che hanno le loro attività economiche, all’insegna di una vero processo di accountability.
In questa ottica, per promuovere il rispetto e l’effettiva applicazione degli standard minimi di lavoro (core labor standards), oltre che l’implementazione della responsabilità sociale d’impresa come indicato nell’agenda tedesca, occorre promuovere:
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il rispetto e l’effettiva applicazione della Dichiarazione Tripartita sulle imprese multinazionali e la politica sociale dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL, 1977; 2000), ad oggi l’unico sistema di norme non vincolanti frutto di un accordo tra Governi, datori di lavoro e lavoratori;
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l’implementazione e l’adozione delle Norme ONU sulle Imprese e i Diritti Umani adottate dalla Sottocommissione ONU sui Diritti Umani nel 2003, primo passo verso una normazione giuridica che copra il riconoscimento dei diritti umani nell’ambito delle attività economiche internazionali e riconosca le imprese come nuovo soggetto globale con responsabilità in carico.
In particolare le Norme ONU sulle Imprese e i Diritti Umani rappresentano un passo importante, perché introducono il principio della responsabilità legale della violazione delle norme internazionali sui diritti umani dagli Stati alle imprese, portandole a rispondere anche degli abusi compiuti dai propri fornitori e clienti: un approccio che supera in qualche modo l’attuale approccio volontaristico alla RSI.
Numerosi studi24 evidenziano come l’adozione volontaria da parte delle imprese transnazionali di codici etici non sia sufficiente a far registrare nei Paesi in via di sviluppo miglioramenti sostanziali degli indicatori fondamentali in materia di diritti. Anche l’OCSE25 afferma che “...ci sono solo pochi casi in cui le iniziative volontarie hanno contribuito a miglioramenti ambientali significativamente differenti da quanto sarebbe comunque accaduto”. Anche nel caso del codice volontario sulla trasparenza nel settore estrattivo, Extractive Industries Transparency Initiative (EITI) che il G7 Finanziario26 vuole sostenere ed estendere ad altri settori, nel quadro di una strategia di miglioramento della governance finanziaria in Africa, un recente rapporto della società civile27 dimostra come nonostante i proclami di trasparenza le compagnie leader del settore abbiano di fatto violato l’osservanza del codice, e come vi sia “la difficoltà, in base alle attuali normative, di dare effettivo seguito alle sanzioni previste in caso di violazioni”28. In conclusione, il rapporto evidenzia come “i codici abbiano funzionato in maniera efficiente esclusivamente dove vi sia stato un effettivo coinvolgimento governativo, con adeguate misure legislative e sanzionatorie”.
In questa ottica riteniamo particolarmente importante il lancio di una iniziativa per sviluppare una cornice normativa internazionale mirata a “governare” le nuove forme organizzative delle imprese multinazionali ed in particolare a renderle responsabili anche legalmente del rispetto e della protezione dei diritti umani e dell’ambiente sia nel paese di origine che nel paese ospitante.Perciò chiediamo all’Italia di adoperarsi per:
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l’adozione del principio di una responsabilità dell’impresa e dei dirigenti nei confronti di tutti i portatori di interesse, anche delle comunità locali in cui viene delocalizzata la produzione o sono in atto meccanismi di fornitura;
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la creazione di meccanismi di monitoraggio e controllo indipendenti, implementati su tutta la filiera produttiva con il coinvolgimento dei lavoratori e che diano luogo – in caso di non conformità sia nel Paese di origine sia in quello ospitante – ad un processo sanzionatorio del gruppo dirigenziale dell’azienda stessa, grazie a meccanismi di extraterritorialità della giurisdizione (foreign direct liability).
Promuovere la responsabilità sociale globale: il ruolo dell’Italia
L’Italia deve dare un chiaro segnale di discontinuità rispetto ad anni in cui la RSI veniva identificata nella devoluzione da parte delle imprese di risorse finanziarie a titolo benefico per il finanziamento di progetti sociali, spesso volti a colmare alcuni vuoti nel sistema di welfare o comunque completamente slegati dall’attività dell’azienda, dal settore o dal territorio di riferimento, dal suo impatto sociale. Una normativa sulla RSI dovrebbe, invece, partire dal presupposto che una impresa socialmente responsabile è quella che con la sua attività contribuisce alla costruzione del benessere collettivo nel rispetto di tutti i suoi interlocutori e delle leggi esistenti.
Per rispondere all’invito ad “intensificare il dialogo sociale”30 contenuto nell’agenda tedesca, il Governo italiano deve:
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adottare un approccio sistemico alla RSI creando un tavolo di confronto interministeriale e multistakeholder che coinvolga, oltre al Ministero del Welfare e delle Attività Produttive, il Ministero degli Affari Esteri e il Ministero del Lavoro;
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incrementare la capacità operativa e di disseminazione dell’informazione del National Contact Point Italiano attivo presso il Ministero delle Attività Produttive, anche traendo ispirazione dai modelli di altri Paesi europei – in particolare dall’esperienza inglese, promuovendo standard di riferimento che esaminano direttamente il comportamento delle multinazionali all’estero e prevedano la possibilità per la società civile di presentare reclami relativi alle condotte delle multinazionali;
dare vita a una legge che:
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recepisca e riproduca le più avanzate Convenzioni Europee e internazionali in materia di Diritti Umani, Diritto del Lavoro e Protezione dell’Ambiente, oltre alle norme delle Nazioni Unite sulla responsabilità delle imprese transnazionali e delle altre imprese;
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prescriva agli Enti Locali e alle Pubbliche Amministrazioni di includere criteri sociali e ambientali stringenti per l’assegnazione degli appalti e delle forniture, favorendo le imprese che puntano ad uno sviluppo del territorio, al rispetto dell’ambiente e dei diritti;
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prescriva alle aziende di pubblicare un bilancio sociale ed ambientale completo e trasparente, che evidenzi esaustivamente le conseguenze sociali ed ambientali della loro produzione, che contenga informazioni sulla filiera produttiva, sui Paesi e sui fornitori coinvolti direttamente o indirettamente;
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preveda risorse aggiuntive da stanziare a beneficio delle aziende stesse volte all’implementazione di piani credibili che consolidino i principi di RSI nella governance e nella formazione dei dirigenti e dei dipendenti delle aziende, oltre che a favorire il processo di adattamento della struttura produttiva alle norme di responsabilità sociale.
Spese per gli armamenti e commercio di armi
Gli Stati membri del G8 secondo l’ultimo rapporto del Sipri, l'Istituto di ricerca sulla pace di Stoccolma, continuano ad esser in vetta nella lista delle spese militari e nel business del commercio di armi. Infatti nell’ultimo Rapporto 2006 elaborato dal centro di ricerca svedese, la spesa militare mondiale ha sfiorato i 1.120 miliardi di dollari, 1.118 miliardi per l'esattezza; una cifra che supera il precedente record del 1988, quando aveva raggiunto il picco di 1100 miliardi di dollari, con un incremento del 3,5% rispetto al 2004. Di questa cifra la spesa totale dei Paesi del G8 è di circa 706,5 miliardi di dollari, superando il 63% del totale mondiale. A segnare l'incremento d’impegno in questo settore sono soprattutto gli Stati Uniti che con più di 507 miliardi di dollari ricoprono da soli poco meno della metà (il 48%) delle spese militari mondiali, seguono Regno Unito, Francia, Giappone e Cina che ricoprono ciascuno il 4-5% delle spese militari. La spesa militare rappresenta il 2,5% del Pil mondiale, pari a 173 dollari pro-capite e il totale della spesa mondiale nel 2005 è stato inferiore di solo il 6% rispetto al periodo 1987-1988, quando si raggiunge il picco di spesa a causa della Guerra fredda. Negli ultimi dieci anni la spesa militare mondiale è aumentata del 2,4% l'anno in termini reali e del 6% annuo dal 2002 al 2005, a causa in particolare dell'ingente aumento delle spesa da parte degli Stati Uniti.
Se l'egemonia statunitense nella classifica delle spese militari non desta sorprese, qualche novità si registra invece nei dati sulle esportazioni di armi. Stando al rapporto del Sipri, infatti, nel 2005 con oltre 7.101 milioni di dollari di esportazioni di armi gli Stati Uniti hanno ripreso anche questo primato che negli ultimi anni era della Russia.
Per quanto riguarda l'Unione europea, nel 2005, Francia (2.399 milioni di dollari), Germania (1.855 milioni), Paesi Bassi (840 milioni) e Regno Unito (791 milioni) si confermano tra i maggiori esportatori mondiali di armi. Ma cresce - e di molto - l'esportazione di armi dell'Italia che nel 2005 raggiunge gli 827 milioni di dollari e piazza il nostro paese al sesto posto tra i maggiori esportatori mondiali di armi.
Tutto questo impegno per la spesa militare e il commercio di armi pregiudica un sforzo serio per ridurre la povertà e favorire la stabilità e i diritti umani a causa delle irresponsabili esportazioni di armi verso i Paesi più poveri e maggiormente devastati dai conflitti. Secondo l’ultimo rapporto della Campagna Control Arms, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito, Russia e USA stanno trasferendo equipaggiamento militare, armi e munizioni verso alcuni Paesi – tra cui Sudan, Myanmar, Repubblica del Congo, Colombia e Filippine – contribuendo ad alimentare il circolo della povertà e arrecando gravi violazioni dei diritti umani. Il rapporto di Amnesty International, Oxfam International e International Action Network on Small Arms (Iansa) dimostra quanto sia necessario appoggiare in sede Onu un trattato internazionale in questo senso. Questa ricerca mostra che i Paesi del G8, già responsabili di oltre l’80% delle esportazioni mondiali, continuano a vendere armi che opprimono la gente più povera e vulnerabile del pianeta.
Il prossimo vertice del G8 deve sostenere con forza:
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una seria azione per ridurre le spese militari destinando le risorse liberate allo sviluppo;
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azioni atte a fermare il commercio incontrollato di armi, supportando il percorso del trattato internazionale sul commercio di armi in sede Onu anche alla luce delle consultazioni bilaterali che porterà alla sua adozione.
Il rapporto della Campagna espone inoltre una serie di manchevolezze e di debolezze nel controllo delle esportazioni di armi, comuni a molti Paesi del G8 e anche per l’Italia, pertanto proponiamo:
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un rigido e stringente trattato sul commercio delle armi, internazionale, vincolante e basato sul diritto internazionale e soprattutto sul diritto umanitario e sulle norme relative ai diritti umani che ponga fine alle deviazioni evidenziate anche per i Paesi del G8;
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un rafforzamento della legislazione italiana che eviti l’esportazione di grandi quantità di cosiddette “armi a uso civile” verso Paesi in cui sono in corso gravi violazioni dei diritti umani (come evidenziato dal rapporto);
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una legge che si estenda anche ai mediatori del commercio di armi.
Invitiamo anche il Governo italiano a:
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evitare modifiche della legge 185/90 aumentando piuttosto gli strumenti per vigilare sulla non applicazione di alcuni divieti sulle esportazioni di armi e la mancanza di adeguate misure di trasparenza e di completezza sulle linee strategiche di politica estera che governano il commercio degli armamenti, come emerso dal recente dibattito parlamentare;
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chiarire i meccanismi di applicazione di divieto di esportazione relativo ai Paesi con gravi violazioni dei diritti umani e verso Paesi in situazione di “latente conflittualità”, in particolare aumentando i controlli, rendendo trasparenti i meccanismi e coinvolgendo le organizzazioni non governative indipendenti nel processo decisionale e per il monitoraggio dei diritti umani.



