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home documenti-le idee 2010 COLPITA: L’ITALIA AFFONDA L’EUROPA

2010 COLPITA: L’ITALIA AFFONDA L’EUROPA

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 Sintesi del rapporto AIDWATCH 2011

2010 COLPITA: L’ITALIA AFFONDA L’EUROPA

Giovedì 19 maggio 2011 

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Guardando al 2015, al di là della deludente prestazione del 2010, si prevede che l’aiuto europeo crescerà molto più lentamente di quanto sarebbe necessario per raggiungere l’obiettivo dello 0,7% del PIL fissato per il 2015. Stando alle proiezioni e in base alle attuali tendenze, lo scarto collettivo non farà che aumentare ogni anno fino al 2015. In base alle previsioni l’entità dell’aiuto in proporzione al PIL nel 2015, - anno che rappresenta la scadenza ultima per raggiungere gli Obiettivi del Millennio - raggiungerà un deludente 0,45%. I maggiori responsabili di un tale scarto sono l’Italia (che si appresta a ridurre significativamente i già bassi livelli di APS/PIL e arriverà ad uno scioccante 0,09% nel 2015); la Francia e la Germania (che realizzeranno solo il 60 % degli impegni presi entro il 2015); e l’Austria (che manterrà i modesti livelli di APS/PIL stabili intorno allo 0,32%). Infine si prevede che la Danimarca, che sinora era stata uno dei Paesi con la migliore prestazione, congelerà l’aiuto in termini nominali, non raggiungendo l’obiettivo nazionale dello 0,8% per i prossimi cinque anni.

 È davvero questo il comportamento che ci si deve aspettare da partner di sviluppo seriamente impegnati?

 - Soltanto 9 Stati membri dell’Unione Europea (UE) hanno realizzato gli obietti di aiuto che l’Europa si era data per il 2010; un terzo degli Stati membri dell’UE ha tagliato l’aiuto in termini assoluti nel 2010; meno della metà degli Stati membri dell’UE sta programmando di aumentare i livelli di aiuto relativo nel 2011.

- Gli Stati membri dell’UE verranno molto probabilmente meno agli impegni presi nel 2010 a Parigi e ad Accra sull’efficacia dell’aiuto e stanno affrontando riforme destinate ad incidere su una parte estremamente limitata delle questioni che riguardano i Paesi donatori, trascurando le priorità dei Paesi partner (come le condizionalità degli aiuti o la titolarità).

- Sempre più Gli Stati membri dell’UE sostengono l’uso dell’aiuto per far lievitare altri flussi finanziari e questo potrebbe finire per stornare gli aiuti dall’obiettivo prioritario della lotta alla povertà e dell’efficacia.

- Gli Stati membri dell’UE sono sempre più critici e riluttanti a sostenere il sostegno al bilancio dei Paesi in via di Sviluppo.

- La Direzione Generale della Commissione Europea per lo Sviluppo e la Cooperazione EuropeAid (DG DevCo) rischia di essere messa in panchina dal nuovo Servizio Europeo per l’Azione Esterna (SEAE) che sta acquisendo un ruolo considerevole nel lancio dei programmi di aiuto europei. Il SEAE deve ancora dimostrare di essere in grado di stabilire una politica estera basata sui diritti e sui valori e un sistema di cooperazione con Paesi terzi giusto e vicendevolmente proficuo, e di non puntare semplicemente a far primeggiare gli interessi dell’Europa nel mondo. 

 

Tabella variazioni APS e PIL nell’UE 2008-2010

Classifica dei Paesi che in % tagliano gli aiuti, più della contrazione del PIL

2008-2010

 

 

 

Nb: la Slovacchia è il Paese che taglia gli aiuti di più rispetto alla contrazione di PIL, seguono Austria e Italia

Slovacchia

Austria

Italia

Grecia

Spagna

Irlanda

Germania

Repubblica Ceca

 

 

Classifica dei Paesi che riducono l'aiuto meno della contrazione economica

2008-2010

Paesi Bassi

Slovenia

 

 

Classifica dei Paesi che aumentano l'aiuto nonostante la contrazione del PIL

2008-2010

 

 

 

 

Nb: Belgio e Francia sono i Paesi che più aumentano gli aiuti nonostante la negativa performance economica

Lussemburgo

Danimarca

DAC EU Members

Finlandia

Ungheria

media G7

Norvegia

media DAC Countries

Francia

Belgio

 

 

Paesi che aumentano gli aiuti e che sono in crescita economica

2008-2010

 

 

Nb: Portogallo, Regno Unito e soprattutto Turchia aumentano gli aiuti molto di più rispetto alla percentuale della crescita economica

Svezia

Polonia

Portogallo

Gran Bretagna

Turchia

 Fonte: OCSE/DAC

 

 Finanza creativa

Il cosiddetto Consenso di Monterrey di marzo 2002 ha per la prima volta riconosciuto l’importanza di esplorare fonti innovative e aggiuntive per finanziare le politiche di sviluppo. Dal 2002 la Commissione Europea (CE) riferisce dei progressi fatti nella realizzazione di questi nuovi meccanismi di finanziamento. Il ricorso a meccanismi di finanziamento nuovi o non tradizionali, permette infatti di accedere ad importanti risorse da impiegare in favore dell’aiuto allo sviluppo e da mobilitare per affrontare le sfide rappresentate dal cambiamento climatico. La CE sta attualmente conducendo una valutazione d’impatto sulle tasse del nuovo sistema finanziario e il rapporto dovrebbe essere pubblicato prima dell’estate. Molti meccanismi di finanziamento sono già in vigore in vari Stati membri dell’UE: 

  • Tasse sui biglietti aerei: le tasse sui biglietti aerei sono impiegate come finanziamenti straordinari per l’aiuto convenzionale.
  • I proventi della vendita all’asta delle quote di emissione di gas a effetto serra (sistema ETS): alcuni Stati membri dell’UE usano i proventi della vendita all’asta delle quote di emissione di gas a effetto serra per finanziare l’aiuto allo sviluppo. Secondo la CE tali proventi potrebbero arrivare annualmente a 50 miliardi di euro entro il 2020.
  • Lotterie Nazionali: il Belgio e la Gran Bretagna stanno finanziando la cooperazione allo sviluppo con i profitti di lotterie nazionali.

CONCORD, la Confederazione europea delle ONG operanti nel settore dell’emergenza e dello sviluppo,  sollecita l’UE ad adottare una tassa europea sulle transazioni finanziarie (FTT). Se introdotta, tale misura rappresenterebbe un passo coraggioso e di vasta portata, e anche un importante espressione della volontà dell’UE di attuare una riforma finanziaria per contribuire a sradicare la povertà. Essa non solo fornirebbe nuove risorse alle politiche di sviluppo, ma servirebbe anche come strumento per controllare le transazioni sui mercati finanziari e ridurre transazioni particolarmente speculative che hanno spesso avuto effetti pesantemente negativi sui Paesi partner. Una tassa sulle transazioni finanziarie consentirebbe infine di compensare le diseguaglianze causate dalla globalizzazione e promuovere una migliore ridistribuzione del benessere. Una tassa sulle transazioni finanziarie non sarebbe solo giusta ed essenziale, ma anche tecnicamente fattibile.

AidWatch ritiene che le risorse generate da meccanismi di finanziamento innovativi debbano essere considerate come risorse aggiuntive all’APS.

 

L’aiuto che ha obiettivi di sicurezza (ovvero la securitization dell’aiuto) 

 Nei nuovi come nei vecchi stati membri dell’UE si osserva inoltre una tendenza preoccupante ma crescente, alla securitization dell’aiuto, ovvero alla mescolanza di obiettivi di difesa e di sviluppo. Secondo Oxfam “gli interessi militari e di sicurezza hanno alterato la spesa globale a favore dell’aiuto allo sviluppo e, tra conflitti, disastri naturali e instabilità politica hanno troppo spesso portato a progetti di aiuto scoordinati, non sostenibili, cari e anche pericolosi[1].

L’UE deve resistere alla tentazione di legare formalmente l’aiuto alla politica estera e ai suoi obiettivi di sicurezza, perché questo mina la centralità che nell’aiuto allo sviluppo deve avere la lotta alla povertà ed è contrario agli obblighi sanciti dal Trattato di Lisbona. L’aiuto allo sviluppo deve arrivare dove c’è bisogno che arrivi e dovunque può aiutare a far uscire la gente da una condizione di povertà.

L’improvviso incremento degli aiuti in favore di pochi Stati fragili nel periodo successivo ad eventi di alto profilo è una chiara prova del fatto che tali aiuti hanno in realtà obiettivi di sicurezza – e cioè vengono distribuiti in base a quali sono in quel momento considerate le minacce alla sicurezza, piuttosto che in base ad obiettivi di sradicamento della povertà. Questa tendenza ha delle conseguenze molto negative sulla prevedibilità del flusso di aiuti e quindi sulla possibilità di una pianificazione a lungo termine dello sviluppo da parte dei Paesi partner.

  

Paesi Bassi: Lettera alla Camera dei Deputati per presentare i punti essenziali della politica di cooperazione allo sviluppo, Ministro degli Affari Esteri, Novembre 2010

 “I tre obiettivi principali della politica estera [Olandese] sono migliorare la posizione economica dei Paesi Bassi nel mondo, promuovere la stabilità e la sicurezza globale e favorire i diritti umani e il principio della legalità. Per realizzare tali obiettivi i Paesi Bassi devono lavorare con gli altri, compreso con i Paesi in via di sviluppo, poiché questi sono parte tanto del problema quanto della soluzione. La povertà dei Paesi in via di sviluppo e gli obiettivi dei Paesi Bassi sono strettamente correlati. La vera sfida è mettere insieme diversi interessi e la cooperazione allo sviluppo deve giocare un ruolo di primo piano in questo.[2].”

 Le linee guida ufficiali agli uffici nazionali del Dipartimento Inglese per lo Sviluppo Internazionale (DFID) incluse nella recente revisione dell’aiuto bilaterale:

 "Il Consiglio di Sicurezza Nazionale ha dichiarato che il budget dell’APS deve dare il massimo contributo possibile alla sicurezza nazionale, in armonia con le regole dell’APS. Malgrado il CSN in molti casi non orienterà la spesa del DFID, dobbiamo difendere il fatto che il nostro lavoro contribuisce alla sicurezza nazionale[3]”.

 

L’aiuto europeo è cruciale per la lotta alla povertà

Alcuni Stati membri dell’UE, inclusa l’Italia, hanno la tendenza a giustificare il calo delle proprie ambizioni in materia di APS sostenendo che gli aiuti sono solo una delle possibili fonti esterne di finanziamento dello sviluppo e che l’APS non dovrebbe avere tutta questa importanza.

I membri di AidWatch contestano con forza una simile posizione, affermando che l’APS è l’unica risorsa in favore dello sviluppo che ha come obiettivo il sostegno dei poveri e delle fasce della popolazioni più marginali, come del resto suggeriscono le seguenti caratteristiche: 

  • Gran parte dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) è erogato come sovvenzione e non genera debiti; per essere qualificati come APS, i prestiti devono essere concessi a condizioni agevolate.
  • Il 40% circa dell’APS viene investito in infrastrutture e servizi, come l’educazione primaria, l’assistenza sanitaria basilare, l’accesso all’acqua[4]. Per questo l’APS è stato cruciale negli ultimi dieci anni per permettere a 4 milioni di persone affette da HIV/AIDS di ricevere trattamenti anti-retrovirali e ad almeno 30 milioni di bambini di accedere all’istruzione primaria nei paesi più poveri del mondo.
  • I Paesi donatori dell’OCSE/DAC (il Comitato di assistenza allo sviluppo dell'OCSE) seguono un insieme di standard che definisce chiaramente cosa può essere imputato come APS e cosa no e tali standard – malgrado l’esistenza di alcune falle (si veda il paragrafo sull’aiuto gonfiato) – hanno il compito di assicurare che l’APS si concentri sullo sviluppo e sui bisogni dei paesi partner.
  • L’APS è spesso l’unica risorsa finanziaria prontamente disponibile per rispondere a bisogni immediati come l’accesso al cibo, all’acqua potabile e all’assistenza sanitaria. Altre forme, pur esistenti, di finanziamenti, così come le risorse locali, sono accessibili solo sul lungo termine.

 Le caratteristiche dell’APS appena enunciate contrastano fortemente con le altre tipologie di finanziamento esterno allo sviluppo – come l’investimento estero diretto e il cosiddetto private equity – che sono forme di investimento che mirano al profitto, spesso arrivano sotto forma di prestito, sono scarsamente regolate e assai raramente raggiungono le realtà di sviluppo più difficili e problematiche. Questi flussi finanziari possono contribuire alla lotta per la riduzione della povertà solo in modo indiretto e meno mirato, e nel migliore dei casi finiscono per favorire una piccola elite o la classe media, piuttosto che le fasce di popolazione più povere e marginali.

 È vitale che gli Stati membri dell’UE si attengano agli obiettivi di APS che si sono dati e lo facciano a prescindere da qualsiasi altra forma di finanziamento allo sviluppo stiano considerando di adottare.

  

I cittadini Europei sostengono ancora l’aumento dell’APS

 I membri di AidWatch sono consapevoli dei problemi e delle difficoltà economiche che gli Stati membri dell’UE stanno affrontando e di come ciò abbia reso l’aiuto allo sviluppo oggetto di una crescente attenzione da parte dell’opinione pubblica. Eppure alcune indagini svolte attraverso l’Europa (si veda box sotto) sono concordi nell’affermare che i cittadini Europei continuano a sostenere l’aumento dell’APS malgrado le difficoltà.

 Cooperazione allo sviluppo e opinione pubblica[5] 

I cittadini continuano a spalleggiare l’impegno dell’Unione Europea in favore di un aumento dell’aiuto allo sviluppo, malgrado la crisi: il 64% degli Europei pensa ancora che l’aiuto dovrebbe essere aumentato a prescindere dall’attuale congiuntura economica.

 Forte sostegno in favore della Cooperazione allo Sviluppo dell’Unione Europea e dell’aiuto umanitario: l’89% degli Europei assegna un grande valore alla cooperazione allo sviluppo; e tre cittadini europei su quattro considerano importante che l’Europa finanzi attività di aiuto umanitario oltre frontiera.

 Sembra chiaro pertanto che l’opinione pubblica viene troppo spesso ignorata dai leader politici quando si tratta di prendere decisioni sull’aiuto. L’Italia è un esempio lampante di questo atteggiamento dato che, mentre il 68% dei cittadini ritiene che occorra rispettare le promesse in materia di aiuto e solo il 3% vorrebbe venissero effettuati dei tagli, lo scorso settembre il Governo ha presentato al Parlamento una proposta di legge che propone un taglio agli aiuti del 46%.

  

Il Trattato di Lisbona aumenta le responsabilità europee in materia di sviluppo

 L’azione intrapresa dagli Sati membri dell’UE per aumentare l’APS e rispettare gli impegni presi a livello internazionale, oltre ad essere sostenuta dai cittadini Europei, riflette anche le nuove responsabilità che il Trattato di Lisbona attribuisce all’Europa. Il Trattato, entrato in vigore a Dicembre 2009, fa infatti della cooperazione allo sviluppo un’area a sé stante, e le conferisce la stessa importanza e dignità delle altre aree della politica europea.

E, cosa ancora più rilevante, sancisce che gli Stati membri hanno la responsabilità di far sì che la cooperazione allo sviluppo abbia come obiettivo la riduzione della povertà e che tutte le politiche esterne che hanno una qualche incidenza sui Paesi partner contribuiscano ai seguenti obiettivi di sviluppo:

“La politica di cooperazione allo sviluppo dell’Unione Europea avrà come obiettivo primario la riduzione e, nel lungo termine, l’eradicazione della povertà. L’Unione dovrà tener conto degli obiettivi della cooperazione allo sviluppo nelle politiche che realizzerà e che avranno incidenza sui paesi in via di sviluppo” (Articolo 208 del Trattato di Lisbona).

  

Aiuti gonfiati

Le cifre ufficiali dell’APS sfortunatamente non consentono una ricostruzione completa del quadro. I donatori europei continuano infatti a ‘gonfiare’ i dati sugli aiuti includendo nel calcolo anche la cancellazione del debito e i costi a sostegno degli studenti e dei rifugiati nei paesi donatori (si veda box qui sotto).

 Il metodo di AidWatch per rilevare l’aiuto ‘gonfiato’

 Le cifre ufficiali dell’aiuto includono anche i dati corrispondenti alla cancellazione del debito e ai costi sostenuti a sostegno degli studenti e dei rifugiati nei paesi donatori. In questo caso si tratta di categorie di APS che non corrispondono ad un reale trasferimento di risorse ai Paesi partner e che è difficile collegare a chiari risultati di sviluppo. Alcuni Paesi, come il Lussemburgo, la Gran Bretagna e la Danimarca, non includono i costi a sostegno di studenti e rifugiati all’interno dell’APS.

 La cancellazione del debito: AidWatch è più che favorevole alla cancellazione del debito nei paesi partner, tuttavia non crediamo che tale cancellazione vada contabilizzata come APS. Quando i Paesi donatori cancellano il debito, infatti, possono includere come APS non solo la cifra di debito cancellata, ma anche l’interesse che spetta loro nel momento della cancellazione e quello che spetterebbe loro in futuro. I donatori possono anche considerare APS la cancellazione dei prestiti che non hanno obiettivi di sviluppo, come il credito all’esportazione.

 I costi a sostegno dei rifugiati: i donatori continuano a considerare la spesa in favore dei rifugiati come APS. Tale spesa tuttavia non rappresenta un reale trasferimento di risorse ai Paesi partner. I fondi restano infatti nel Paese donatore e non sono in nessun modo collegati ad obiettivi di sviluppo o riduzione della povertà.

 I costi a sostegno degli studenti: Molti paesi donatori riportano come APS i fondi spesi all’interno dei propri confini a sostegno dell’educazione di studenti stranieri provenienti da Paesi partner. Non esiste alcuna prova che tali finanziamenti contribuiscano a ridurre la povertà nei Paesi partner e tali fondi non rappresentano un trasferimento di risorse ai Paesi partner.

 E ancora, gli Stati membri dell’UE continuano a far rientrare i finanziamenti a sostegno della lotta al cambiamento climatico nei loro obiettivi di APS, quando tali finanziamenti dovrebbero invece essere considerati un sostegno aggiuntivo; includono anche altre spese che non hanno una chiara rilevanza rispetto alla lotta alla povertà (come i costi per le ambasciate). Il metodo che abbiamo utilizzato per calcolare l’aiuto gonfiato non tiene tuttavia ancora in considerazione queste altre aree di spesa. 

Nel 2010, secondo dati preliminari di Aidwatch, i paesi dell’Unione Europea hanno rendicontato 5,1 miliardi di euro di aiuto gonfiato, pari a quasi il 10% degli aiuti complessivi forniti ai Paesi partner. Un’analisi dettagliata delle cifre rivela che oltre 2,4 miliardi di euro corrispondono alla cancellazione del debito, che all’incirca 1,6 miliardi di euro sono riportati come costi di sostegno agli studenti e 1,1 miliardi di euro sono spesi in favore dei rifugiati nei Paesi donatori.

 Inoltre, gli Stati membri continuano a far rientrare i finanziamenti in favore della lotta al cambiamento climatico all’interno dell’APS malgrado ci sia urgente bisogno di finanziare tale lotta facendo ricorso a fondi complementari rispetto a quelli dichiarati negli impegni all’APS. La scarsa attenzione dei finanziamenti climatici (fast start climate financing) nei confronti della lotta alla povertà ha sinora sollevato forti critiche da parte di ONG internazionali impegnate nell’ambiente e nello sviluppo. Inoltre l’attenzione verso alcuni canali multilaterali, in particolare la Banca Mondiale, minano la fiducia che sia le Nazioni Unite sia il Paese partner ripongono nel modo in cui tali finanziamenti sono erogati. La maggior parte degli Stati membri dell’Unione Europea non distingue chiaramente tra finanziamenti climatici e aiuti allo sviluppo e conta entrambi sotto il comune ombrello dell’APS. Il che porta spesso ad un doppio conteggio di fondi già promessi come APS e poi allocati per rispettare gli impegni presi in favore della lotta al cambiamento climatico. La tendenza a ‘riciclare’ l’APS quindi minaccia tanto le negoziazioni sul cambiamento climatico quanto la capacità dei Paesi partner di combattere il cambiamento climatico e, allo stesso tempo, mette a rischio la lotta all’eradicazione della povertà in vista della realizzazione degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio.

 Un’indagine pan-europea condotta da AidWatch rivela che molti Stati membri o non possiedono una definizione della politica di complementarità o semplicemente ammettono di considerare i finanziamenti climatici come parte integrante dei loro obiettivi di APS. Paesi come la Finlandia, il Belgio, la Repubblica Ceca e l’Austria riferiscono che la fast start finance è direttamente finanziata dall’ APS. Altri Paesi come Malta, la Grecia, l’Italia e la Romania includono i finanziamenti climatici nel loro APS, mentre la Germania conteggia i finanziamenti climatici nel calcolo degli obiettivi di APS e in questo modo ricicla estensivamente fondi da vecchie promesse.

 Mettere in pratica quanto concordato sul tema dell’efficacia degli aiuti potrebbe significativamente aumentare l’incidenza dell’aiuto europeo allo sviluppo, in linea con quanto espresso recentemente dall’Unione Europea. La CE stima che rendendo l’aiuto più efficacie si potrebbero risparmiare ogni anno 6 miliardi di euro.

 Ad oggi l’UE manca ancora di una visione comune e comprensiva del ruolo delle Organizzazioni della Società Civile nei processi di sviluppo e democratizzazione, nella governance e nella trasformazione dei conflitti e la CE non possiede una strategia comprensiva su come sostenere e dialogare con le Organizzazioni della Società Civile nella loro varietà. Gli Stati membri dell’UE dialogano in maniera piuttosto variabile come le Organizzazioni della Società Civile locali o degli Stati del Sud del mondo. Una recente indagine di AidWatch conferma che nella maggior parte degli Stati membri il dialogo con le Organizzazioni della Società Civile locali continua ad essere saltuario, spesso manca di preavviso o arriva assai in ritardo nel processo decisionale. Le consultazioni con la società civile spesso hanno poca influenza sulle politiche e le strategie di sviluppo. E quando si parla di consultazioni con ONG del Sud, il quadro è ancora peggiore. La Commissione Europea e molti degli Stati membri non partecipano a consultazioni puntuali, rappresentative ed efficaci con le Organizzazioni della Società Civile sulle politiche e le strategie di sviluppo. Una partecipazione costruttiva implicherebbe molto di più di mere consultazioni. Una partecipazione strutturata e sistematica delle Organizzazioni della Società Civile resta un’eccezione: in Spagna ad esempio le Organizzazioni della Società Civile partecipano ai Consigli sulla Cooperazione allo Sviluppo nazionali, regionali e locali, in Slovacchia le relazioni tra la piattaforma nazionale delle ONG di sviluppo e il Ministero degli Affari Esteri sono governate da un Memorandum of Understanding e in Lussemburgo Ministero e ONG si incontrano due volte al mese. Complessivamente l’Unione Europea deve ancora riconoscere le Organizzazioni della Società Civile come attori dello sviluppo di per sé e non solo come agenzie esecutive.

 Quanto alla trasparenza, i buoni risultati ottenuti da alcuni donatori, nuovi o tradizionali e da grandi e da alcuni piccoli Stati membri dell’UE fanno pensare che tutte le agenzie impegnate nel campo dell’aiuto dovrebbero essere in grado di rispettare le promesse fatte in materia di trasparenza. L’Estonia per esempio – uno dei Paesi donatori più piccolo e nuovo – è al quarto posto nella classifica dei donatori più trasparenti, poco dietro la Svezia e la Gran Bretagna. All’altra parte della graduatoria il secondo più importante donatore europeo, la Francia, fa a gara con l’Ungheria e il Portogallo per quanto è poco trasparente. La Germania, che è il più grande donatore europeo, si situa anch’essa nella metà più bassa della graduatoria. 

 Grafico Trasparenza dell’aiuto di 28 donatori Europei

 

  

La maggior parte degli Stati membri dell’UE non ha ancora messo in atto precise strategie di genere; anche chi lo ha fatto, come la Francia e la Spagna, spesso non si è dotato di meccanismi e processi adatti a monitorare i progressi e verificare l’incidenza che i loro aiuti hanno sul terreno. La parità di genere non deve diventare un esercizio ‘di stile’ nella programmazione e concezione degli interventi di sviluppo. Al contrario, la prospettiva di genere dovrebbe essere considerata nel corso di tutto il processo, dall’inizio alla fase di monitoraggio e valutazione. Per questo è indispensabile avere dati affidabili disaggregati per sesso e sviluppare meccanismi di reportistica.

 Come se questo non bastasse, il Piano di Azione sulla Parità di Genere della Commissione Europea (EC Gender Action Plan, GAP), lanciato nel 2010 con l’obiettivo di rafforzare il coordinamento sulle politiche di parità di genere nella cooperazione allo sviluppo è stato ampiamente ignorato dagli Stati membri.

 Le isole di eccellenza che pure esistono in diversi Stati membri dell’UE rispetto alle strategie di genere, restano purtroppo secondarie e non sono politicamente riconosciute ad un livello europeo più ampio.

La vasta maggioranza degli Stati membri non dispone di fondi assegnati alla parità di genere e all’empowerment delle donne, ivi compresa la Gran Bretagna che ha promesso di mettere le donne al centro dell’assistenza allo sviluppo ed ha addirittura nominato un giovane Ministro per le Pari Opportunità  a Rappresentante del lavoro internazionale del Regno Unito sulla violenza contro le donne.

 Anche nei paesi che hanno assegnato dei fondi all’avanzamento delle donne (come ad esempio la Finlandia), il rapporto annuale di Aidwatch non ha evidenziato progressi sostanziali rispetto agli impegni presi e alle principali questioni di genere. Gli sforzi compiuti dall’Europa dei 15 non sono stati all’altezza delle attese sia in termini di cifre che di reportistica.

 

 Raccomandazioni

 Le 1.600 organizzazioni che rappresentano CONCORD, la Confederazione europea delle ONG operanti nel settore dell’emergenza e dello sviluppo, invitano i governi europei ad assumersi le proprie responsabilità e a reclamare globalmente l’aumento della quantità e della qualità dell’aiuto nei seguenti modi:

 1. Assicurandosi che l’Europa fornisca risorse autentiche in favore dello sviluppo, orientate fermamente allo sradicamento della povertà come richiesto dal Trattato di Lisbona:

- ponendo termine agli aiuti gonfiati che includono la cancellazione del debito e i costi sostenuti in favore dei rifugiati e degli studenti;

- facendo in modo che i finanziamenti climatici si aggiungano agli impegni di APS già esistenti come risorse complementari;

- ponendo fine all’uso improprio dell’aiuto per obiettivi di sicurezza nazionale, interessi legati alla politica migratoria o commerciale e impediscano un ulteriore indebolimento degli attuali livelli di APS.

 2. Realizzando, oltre agli impegni presi in merito alla quantità dell’aiuto, una tassa sulle transazioni finanziarie che contribuisca a finanziare i beni pubblici globali come la riduzione della povertà e il cambiamento climatico.

 3. Assicurandosi che al prossimo IV Meeting di Alto Livello sull’Efficacia dell’Aiuto (HLF4) venga approvato un accordo internazionale e vincolante che riaffermi e approfondisca gli impegni presi a Parigi e ad Accra, includendo chiare scadenze e un meccanismo indipendente e comprensivo di monitoraggio di quanto è stato realizzato a livello nazionale ed internazionale.

 4. Assicurandosi che la trasparenza dell’aiuto mantenga le promesse fatte, divulgando entro il prossimo HLF4 informazioni sull’aiuto puntuali, comprensive e comparabili in un formato compatibile con gli standard enunciati dall’International Aid Transparency Initiative (IATI).

 5. Mettendo la parità di genere e l’empowerment delle donne al centro della cooperazione allo sviluppo, sostenendo la realizzazione del Piano di Azione sulla Parità di Genere della Commissione Europea con adeguate risorse umane e finanziarie, tenendo conto delle buone pratiche realizzate in alcuni Stati membri dell’Unione Europea.

 6. Promuovendo la titolarità democratica:

- ponendo fine all’uso di politiche economiche e di altre delicate condizionalità;

- aumentando il sostegno politico e finanziario nei confronti delle Organizzazioni della società civile, dei Parlamenti e degli altri corpi di vigilanza, in particolare per assicurare la titolarità democratica e un’ampia accountability.

  

ITALIA        

                                                                                                                                         

  “I governi europei non hanno mantenuto gli impegni presi in favore dello sviluppo a causa della congiuntura economica e, nell’Unione Europea, delle richieste finanziarie. In tali circostanze la sola cosa utile che l’Europa può fare per i paesi in via di sviluppo è rimettere in piedi la propria economia avviandola verso una crescita sostenibile. (...) L’intera politica estera Italiana trova fondamento nei valori costituzionali di pace e giustizia tra e nazioni. Gli Italiano sono sempre stati e sono tuttora dalla parte dello sviluppo e della solidarietà. La strategia nazionale di aiuto allo sviluppo si ispira ai principi dell’efficacia dell’aiuto, a una visione integrata dello sviluppo e ad un approccio olistico”. On. Franco Frattini, Ministro Italiano per gli Affari Esteri, Assemblea generale delle nazioni Unte, 22 settembre 2010.

 Costo/sfide principali

Le raccomandazioni del rapporto steso da AidWatch nel 2010 non sono state prese in considerazione. Nel 2011 l’APS Italiano ha subito un’ulteriore contrazione del 45%. Nessuna quota è stata versata in favore della cooperazione multilaterale, malgrado esista un debito di oltre 1 miliardo di euro, e nessun contributo è stato versato al Fondo Globale o alla convenzione per l’aiuto alimentare. Gli stanziamenti della cooperazione italiana allo sviluppo all’interno del Ministero degli Affari Esteri hanno subito tagli più estesi rispetto ad altre spese interne allo stesso Ministero, evidenziando la mancanza di interesse a difendere i fondi a favore dell’APS.

 Quantità dell’aiuto

Nel 2010 il rapporto APS/PIL è sceso dallo 0,16% del 2009 a 0,15%. Il che significa una differenza rispetto all’obiettivo di aiuto Europeo pari a 5,4 miliardi di euro, uno degli scarti più ampi in termini assoluti. L’Italia rappresenta in effetti una delle ragioni principali che hanno impedito all’UE di raggiungere i suoi obiettivi di aiuto. La CE prevede che l’aiuto italiano resterà basso per i prossimi 3 anni, se si fa eccezione per qualche picco dovuto alla cancellazione del debito. Si stima che la quota di aiuto reale arrivi allo 0,14% e che la cancellazione del debito rappresenti il 5% del totale. Nel 2010 157 milioni di euro sono stati destinati ala cancellazione del debito (ovvero lo 0,01% del rapporto APS/PIL). Nel 2011 i costi in favore dei rifugiati potrebbero aumentare in termini assoluti a causa dell’emergenza in Nord Africa, ma questo non ‘gonfierà’ in modo particolare la spesa dell’APS. Negli ultimi 10 anni (dal 2000 al 2009) la cancellazione del debito ha rappresentato più del 20% dell’APS italiano. Ormai le disponibilità dell’azione bilaterale pubblica sono pari a 158 milioni di euro quando le organizzazioni di solidarietà internazionale ne raccolgono 500 milioni.

 Nel 2011 ci si aspetta che l’APS risulti gonfiato dalla cancellazione del debito della Repubblica Democratica del Congo. L’Italia è favorevole ad una modifica delle direttive di reportistica dell’APS  che consenta di rappresentare meglio l’impegno del governo a favore degli Stati fragili. L’Italia non è nella posizione di promuovere nessuno dei cambiamenti proposti, ma al contempo non vi si opporrà. L’Italia è stato uno dei pochi Stati membri dell’Unione Europea a difendere la coerenza delle politiche per lo sviluppo tramite un approccio unico dell'Unione quando è stato proposto dalla Commissione Europea. L’Italia è stato uno dei pochi Stati membri dell’Unione Europea a difendere la necessità di dare maggiore enfasi alla contabilizzazione dell’insieme dello sforzo Paese verso in  Paesi in via di sviluppo piuttosto che guardare all’aiuto pubblico allo sviluppo.

 Qualità dell’aiuto

La cooperazione italiana allo sviluppo ha continuato ad impegnarsi nella realizzazione delle azioni previste dal piano nazionale sull’efficacia dell’aiuto. Eppure molte delle condizioni previste da tale piano devono ancora essere soddisfatte. Tra queste le ONG Italiane evidenziano l’assenza di linee guida multilaterali e il mancato snellimento delle procedure amministrative a sostegno delle ONG. Non è ancora chiaro se il completamento di alcune azioni politiche intraprese, specie in relazione ad alcune linee guida tematiche, sarà in grado di determinare un cambiamento in questa direzione. L’azione sugli aiuti ‘legati’ non ha prodotto nessun cambiamento concreto, specie sui prestiti agevolati. Al contrario, la quota di aiuti italiani ‘legati’ è aumentata da quando sono stati presi gli impegni di Accra. Molti esperti di cooperazione allo sviluppo sono andati in pensione, lasciando la struttura amministrativa professionale e tecnica sull’orlo del collasso. Dall’ultimo Forum sull’efficacia degli aiuto ad Accra la trasparenza è forse peggiorata e gli stanziamenti sugli aiuti firmati dalla DG non sono facilmente accessibili on line; nessuna valutazione è stata pubblicata.  Sinora l’Italia non ha sostenuto la firma dell’International Aid Transparency Initiative (IATI). L’Italia ha deciso di approvare un secondo piano sull’efficacia dell’aiuto per mettere in pratica le azioni restate indietro sulla tabella di marcia. Malgrado la pressione da parte delle ONG, non si fa alcun riferimento ad un futuro ‘slegamento’ degli aiuti. Le ONG Italiane hanno maturato un credito nei confronti della pubblica amministrazione pari a 15 milioni di euro.

La peer review del DAC riferisce che il finanziamento alle ONG è instabile e può minare la pianificazione e la gestione dei progetti. Le ONG locali non hanno direttamente accesso ai fondi della cooperazione allo sviluppo italiana, ma devono stringere partnership con delle ONG italiane. Il DAC ha raccomandato all’Italia di valutare altri modi per finanziare direttamente le ONG locali. Le raccomandazioni presenti nelle Linee Guida sulla Titolarità Democratica sono piuttosto avanzate quando richiedono una maggiore trasparenza per l’aiuto, una maggiore partecipazione delle ONG locali e una riduzione delle condizionalità. Nel giugno 2010 la cooperazione italiana allo sviluppo ha approvato le nuove Linee Guida sulla Parità di Genere, aggiornando un’edizione che risaliva al 1998. Non è chiaro come tali Linee Guida siano state messe in opera. Dalla loro approvazione nessun progetto conforme agli indicatori previsti dalle nuove Linee Guida è stato sottomesso. La peer review del DAC del 2009 lamenta che la reportistica dell’Italia sui nuovi indicatori di genere è povera, malgrado l’Italia si sia impegnata a migliorarla.

 

Richieste

Le ONG italiane richiedono al Governo di: 

  • Nominare un sottosegretario con un chiaro ed esclusivo mandato sulla cooperazione allo sviluppo;
  • Sviluppare un piano vincolante di riallineamento dell’APS, segnalando le risorse finanziarie allocate anno per anno;
  • Impegnarsi ad alto livello a verificare ogni anno tutte le azioni intraprese, ivi comprese le Linee Guida sulla parità di genere;
  • Pubblicare su Internet tutti i documenti, compresi i MoU della cooperazione bilaterale;
  • Riportare l’ammontare di APS destinato alle Organizzazioni della Società civile in linea con la media del DAC;
  • Rendere obbligatorie le regolari consultazioni con le Organizzazioni della Società Civile dei Paesi del Sud del mondo;
  • Ottimizzare le procedure previste per le ONG;
  • Istituzionalizzare un forum governativo di alto livello, aperto a tutti gli attori italiani di cooperazione allo sviluppo, pubblici e privati;
  • Istituisca un forum governativo di alto livello aperto a tutti gli attori coinvolti, comprese le ONG e la cooperazione Italiana allo sviluppo, per rivedere l’attività strategica;
  • Sviluppare un piano di valutazione di lungo periodo;
  • Slegare ulteriormente l’aiuto, in particolare quello alimentare e quello vincolato a prestiti agevolati.

 Analisi a cura di Assosciaizone ONG italiane, CINI, LINK 2007

         redatta da ActionAid Italia.

  

 

Commissione Europea

                                                                                                                                    

 

Introduzione

Il Trattato di Lisbona ha istituito una nuova entità coinvolta nella politica di sviluppo dell’UE, il Servizio Europeo per l'Azione Esterna (SEAE) che raggruppa in un’unica amministrazione i vari strumenti diplomatici della politica estera europea. Il Servizio rappresenta in questo senso un’occasione unica di tradurre la coerenza politica per lo sviluppo da puro concetto a pratica reale. Esiste tuttavia il rischio che l’UE subordini la sua politica di aiuto allo sviluppo ad obiettivi commerciali, di sicurezza e di politica migratoria. E’ responsabilità della Commissione Europea (CE) assicurarsi che lo spirito del Consenso Europeo sullo Sviluppo venga rispettato e che la politica di aiuto allo sviluppo sia salvaguardata come area politica a sé stante, come espressamente richiesto dal Trattato di Lisbona.

 Quadro finanziario pluriennale

I negoziati per il quadro finanziario pluriennale (QFP) rappresentano un’eccellente occasione che l’EC ha per far sì che vengano assicurati stanziamenti sufficienti alla cooperazione allo sviluppo. Nella prossima Comunicazione sul QFP, la CE dovrebbe spiegare chiaramente come il QFP può contribuire alla realizzazione dell’obiettivo collettivo dello 0,7% entro il 2015 e dovrebbe confermare l’impegno a spendere almeno lo 0,15% del suo PIL a favore dei Paesi Meno Sviluppati.

 La nuova strategia di aiuto – un modo per indebolire la priorità  alla lotta alla povertà?

Numerose proposte contenute nel Libro Verde della CE “La politica di sviluppo dell'Unione europea a sostegno della crescita inclusiva e dello sviluppo sostenibile - Potenziare l'impatto della politica di sviluppo dell'UE” sono motivo di preoccupazione per i membri di AidWatch poiché si teme che possano indebolire la priorità che gli aiuti allo sviluppo europeo devono conferire alla lotta alla povertà.

Il Libro Verde propone di unire strettamente prestiti a sovvenzioni a fondo perduto; questo aspetto si riflette già nella proposta di budget europeo del 2012. Se l’aiuto lega ai prestiti e ad altre forme di investimento finanziario, occorre ci sia una chiara garanzia che la riduzione della povertà resti un obiettivo prioritario e che i contributi erogati abbiano un impatto positivo sullo sviluppo, non solo sulla crescita economica.

In particolare occorre assicurarsi che gli investimenti della Banca Europea degli Investimenti (BEI) si concentrino sulla riduzione della povertà, rispettino i diritti politici, economici, sociali e culturali della popolazione e dei lavoratori e tutti gli interventi BEI siano soggetti a studi sistematici ed approfonditi sull’impatto economico, sociale ed ambientale.

La CE propone anche di fermare o al limite ristrutturare l’aiuto ai Paesi a Medio Reddito (PMR), pianificando una riduzione dei fondi ai settori sociali. Quanto proposto dal Libro Verde potrebbe condurre ad una situazione in cui solo i Paesi più poveri e gli “Stati fragili” riceveranno fondi europei per i settori sociali. La CE deve fare in modo che la decisione di differenziare le modalità di erogazione dell’aiuto non venga presa unilateralmente sulla base del PIL o di criteri esclusivamente di crescita economica, ma che sia basata su un’analisi approfondita della situazione del Paese e non trascuri un’ampia consultazione dei paesi partner, in particolare del Parlamento e delle Organizzazioni della Società Civile. La differenziazione delle modalità di erogazione dell’aiuto non deve compromettere la capacità dei paesi partner di decidere le proprie priorità. Chiediamo alla CE che la riforma degli aiuti in favore dei Paesi a Medio reddito non indebolisca la priorità che gli aiuti devono continuare a conferire alla “lotta alla povertà”.

 Il sostegno al bilancio dello Stato

La CE è il maggiore fornitore di sostegno diretto al bilancio dei Paesi in via di sviluppo e ha grande competenza in quest’area, specie attraverso i contratti relativi agli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (OSM). Ci auguriamo che la CE continui ad impegnarsi in questo senso e che. Il sostegno diretto al bilancio dello Stato partner, se ben costruito è uno dei migliori strumenti di aiuto allo sviluppo in termini di efficacia. La CE dovrebbe servirsi della prossima Comunicazione sul sostegno al bilancio per ribadire l’incisività di questo strumento. Dovrebbe rendere pubblici tutti gli accordi di sostegno al bilancio dello Stato, specialmente i contratti relativi agli OSM. Le Organizzazioni della Società Civile, i Parlamenti Nazionali e le Istituzioni di certificazione dovrebbero essere rispettivamente sostenute e coinvolte in tutte le fasi del processo di sostegno al bilancio. La CE deve anche assicurarsi che attraverso il sostegno al bilancio, l’UE non imponga condizioni economiche dannose.

 Il quadro operativo dell’efficacia dell’aiuto

I membri di AidWatch esprimono apprezzamento per gli sforzi compiuti dalla CE per tradurre in realtà gli impegni presi in materia di efficacia dell’aiuto nell’UE tramite l’adozione del “quadro operativo” per tutti i Paesi dell’UE.

I membri di AidWatch esprimono apprezzamento anche nei confronti degli sforzi compiuti dalla CE per far avanzare il processo di divisione del lavoro. Temiamo tuttavia che una realizzazione scoordinata di tale processo condurrà alla creazione di veri e propri Paesi ‘orfani dell’aiuto’. Il Rapporto UE del 2011 rileva che gli Stati membri dell’UE hanno programmato non meno di 123 uscite dai 69 paesi partner. Temiamo che come conseguenza di queste uscite molti Paesi partner rimarranno privi di aiuti sufficienti.

Chiediamo che la CE mobiliti e coordini gli Stati membri in vista dell’ultimo Forum di Alto Livello di Busan, ad esempio proponendo entro l’anno un’ambiziosa Comunicazione sull’efficacia dell’aiuto. La CE è stata uno dei promotori dell’agenda sull’efficacia dell’aiuto e l’UE aveva esercitato una leadership in vista del Forum del 2008. Ci aspettiamo la stessa posizione d’avanguardia.

 Richieste

 Le ONG Europee chiedono che la CE: 

  • Assicuri che l’aiuto europeo abbia come obiettivo prioritario la lotta alla povertà, in particolare rifiutando ogni ridefinizione estesa del concetto di aiuto pubblico allo sviluppo.
  • Faccia delle proposte ambizione in favore e a difesa degli stanziamenti per l’aiuto allo sviluppo nel prossimo quadro finanziario pluriennale, in modo da consentire all’UE nel complesso di raggiungere l’obiettivo di aiuto dello 0,7% entro il 2015 e di confermare l’impegno a spendere almeno lo 0,15% del PIL a favore dei Paesi Meno Sviluppati.
  • Continui ad impegnarsi in favore del sostegno al bilancio dello Stato, promuovendo tutti i necessari miglioramenti in materia di trasparenza e accountability; rendendo ad esempio pubblici tutti gli accordi di sostegno al bilancio dello Stato (specie i contratti relativi agli OSM), coinvolgendo le Organizzazioni della Società Civile, i Parlamenti e le istituzioni di certificazione in tutte le fasi del processo di sostegno al bilancio e assicurandosi che le Organizzazioni della Società Civile possano fungere da controllori.
  • Realizzi pienamente il “quadro operativo” dell’UE per l’efficacia dell’aiuto, prestando particolare attenzione al coordinamento dei donatori e alla divisione del lavoro e ne assicuri il successivo sviluppo, iniziando ad affrontare questioni critiche come la condizionalità, l’aiuto “legato”, gli sati “orfano d’aiuto”.
  • Posizioni chiaramente l’UE in vista del Quarto Forum di Alto Livello sull’efficacia dell’aiuto, affinché guidi l’elaborazione di un ambizioso accordo che faccia seguito alla Dichiarazione di Parigi e alla Agenda di Accra.
  • Traduca in realtà gli impegni presi attraverso l’azione esterna dell’UE in favore dell’empowerement delle donne, dedicando un budget alla realizzazione del Piano di Azione per

 Analisi redatta da: CONCORD- AidWatch Group

 


[1] Oxfam International, Whose aid is it anyway. Politicising Aid in Conflicts and Crises, 2011.

[2] Ministro Olandese degli Affari esteri, Lettera alla Camera dei Deputati per presentare i punti essenziali della politica di cooperazione allo sviluppo. Consultabile sul sito http://www.minbuza.nl/dsresource?objectid=buzabeheer:285908&type=org (4 Maggio 2011)

[3] Informazione recuperata dal sito http://www.guardian.co.uk/politics/2010/aug/29/protests-uk-security-aid-policy il 4 Maggio 2011.

[4] OECD Development Cooperation Report 2010.

[5] Eurobarometer Special Surveys 2010 (#343 and #352)

 
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